L’ergastolo, che poi solo in rari casi è tale, non va abolito. Ecco perché.

Da anni sono vicina ai familiari di chi è stato ucciso. E insieme a loro lotto per contrastare un sistema che nega loro giustizia. Che non dà valore alle azioni, a quello che producono e soprattutto alle nostre vite.

Tempo fa il professor Veronesi ha affermato che “dopo dieci anni sia possibile liberare anche l’omicida più indiavolato senza pericolo per la collettività”. 

Il professore (che stimo) aveva affermato che il male non esiste nell’uomo, che ha soltanto un’origine ambientale e non genetica dunque condannare un uomo di 40 anni per un delitto commesso a 20 è come condannare un’altra persona. Perché, ormai, non è più lui. Il cervello si rigenera continuamente. “Anche l’assassino più efferato dopo venti anni è cerebralmente differente dall’uomo che ha commesso quel delitto” diceva.

Ma al di là del fatto che la pena ha anche valore retributivo e che una vita umana spezzata arbitrariamente da un uomo non può valere solo 10 anni di libertà negata, come mai – se a teoria del professore  è vera – Angelo Izzo, per fare un esempio tra i tanti, dopo 30 anni ha ucciso due donne mentre era in libertà vigilata (nonostante l’ergastolo) con le stesse identiche modalità dei fatti del Circeo?

Che il cervello si rigeneri non significa che una persona diventi migliore di quello che geneticamente – e moralmente – è.

Il male non ha origine genetica?

Ci sono ricerche che affermano il contrario, come quella sul MAOA della dottoressa Terrie Moffitt, dell’Istituto di psichiatria del King’s College di Londra, che conferma la presenza del gene del male. E ne abbiamo ampia riprova ogni giorno.

Veronesi ha detto che “la Costituzione implica e obbliga alla rieducazione. E’ evidente che condanna a vita e rieducazione siano in banale contraddizione”.

Ma la rieducazione, come descritta nella nostra Costituzione, non è un obbligo. Ad essa bisogna “tendere”, il che significa, in parole spicciole, che ci si deve provare. Senza dimenticare che – come affermano i criminologi che parlano di mito della rieducazione e utopia del trattamento carcerario – la buona condotta si può simulare per ottenere benefici.

Il sistema rieducativo va riformato, è chiaro a tutti.

Il lavoro, per esempio, sul quale si fonda proprio la nostra Costituzione, dovrebbe essere, quello sì, un obbligo per i carcerati (attualmente non lo è) perché attraverso di esso passa la dignità umana. E si risponde a un diritto costituzionale di rango superiore all’art. 27 (…Le pene…devono tendere alla rieducazione del condannato):

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Un’ ideologia risocializzativa indiscriminata rischia di fare cadere il principio di pericolosità sociale. E se non c’è coscienza della pericolosità, non c’è controllo. E se non c’è controllo c’è la giungla. 

La pena ha scopi primari dai quali non può prescindere 

Come la dissuasione dal compiere i delitti sia per il condannato che per la società (prevenzione) e la riaffermazione di un diritto negato (retribuzione).

Dunque, come si legge nella sentenza della corte costituzionale n°12 del 1966 in riferimento all’ art. 27 della Costituzione,

la rieducazione del condannato, pur nell’importanza che assume in virtù del precetto costituzionale, rimane sempre inserita nel trattamento penale vero e proprio… La vera portata del principio rieducativo deve agire in concorso delle altre misure della pena e non può essere inteso in senso esclusivo e assoluto… E ciò, evidentemente, in considerazione delle altre funzioni della pena che, al di là della prospettiva del miglioramento del reo, sono essenziali alla tutela dei cittadini e dell’ordine giuridico contro la delinquenza, e da cui dipende l’esistenza stessa della vita sociale” 

Ogni volta che si giustifica o si nega il male deresponsabilizzando le persone, quel male cresce. E spezza vite umane, per sempre.

E chi tenta di attenuarne la portata o di spostarne la causa si rende in qualche modo complice.

La legge deve essere implacabile con chi commette reati gravi come l’assassinio o con chi, come coloro che hanno il carcere ostativo, alimenta la mafia, il traffico di droga, sequestra le persone, è un terrorista e via dicendo.

La legge, come diceva Camus, non dovrebbe ammettere circostanze attenuanti.

Circostanze che invece si moltiplicano. Ed ecco che la possibilità di evitare la pena si innalza e insieme si innalza la soglia di percezione della colpa. I ladri di esistenze continueranno a rubare le nostre vite certi che prima o poi qualcuno li renderà liberi come il male.

La maggior parte dei familiari delle Vittime di omicidio o delle Vittime di violenza mettono ogni loro forza a disposizione degli altri perché non debbano mai vivere ciò a cui loro sono stati costretti.

Quanti delinquenti lo fanno lo fanno? Quanti assassini decidono di donare il resto della vita a chi soffre pene che non ha cercato? A combattere non per se stessi me per evitare che altri facciano ciò che loro hanno fatto?

Se davvero un ‘assassino dopo 20 anni è un’altra persona, perché non dedica il resto della sua vita al prossimo? (non per ottenere benefici, ma come forma di espiazione e di pentimento)

L’ergastolo non può essere abolito anche per un altro motivo.

Tutto ha un prezzo. In una società come la nostra, nell’era dell’ Homo Economicus, è il prezzo che determina il valore di qualcosa. Che “prezzo” (valore) diamo alla vita umana? Che “prezzo” (valore) dà alla vita chi afferma convinto che l’ergastolo va abolito?

E che cos’è la giustizia se non il tentativo di riportare equilibrio? Se non la certezza che chi sceglie il male non possa nuocere agli altri?

Per quanto riguarda Musumeci, “l’uomo ombra” che ha avviato la battaglia per l’abolizione dell’ergastolo a cui politici e intellettuali si sono accodati – e che forse avrebbe invece dovuto avviare una battaglia per evitare che altri potessero fare ciò che ha fatto lui per meritarlo – chi legge le sue lettere strappalacrime si è chiesto perché è in cella?

Di lui ne ho scritto nel mio libro Vittime per Sempre.

Musumeci afferma che l’ergastolo ostativo “è la morte che ti leva la vita. Che mentre si parla molto di certezza della pena, si fa assoluto silenzio su noi, sepolti vivi, che è più conveniente dimenticare […] Applicare la pena dell’ergastolo è il più grande male che un uomo possa commettere nei confronti di un altro uomo”.

E lo dice un uomo che ha ucciso. Ha, già, ora è un altro uomo.

Però, la morte che ti leva la vita per davvero, è quella che le persone le mette sotto terra perché la vita non ce l’hanno più.

I veri “sepolti vivi” sono i genitori di un figlio ammazzato. Come quello che Musumeci, che era un capo mafia, ha ucciso per vendetta. E nelle sue parole, nelle sue lettere, nelle sue battaglie, mai una volta fa riferimento alle sue colpe.

Lui dice: “non ho potuto esserci mai a un compleanno dei miei figli, dei miei nipoti, della donna che amo. Non c’ero alla laurea di mia figlia, né al matrimonio di mio figlio, non c’ero quando nascevano i miei nipoti e neanche ora posso dare loro una carezza, non posso sperare di andare a riprenderli quando escono da scuola, non ho diritto di sperare di giocare con loro nel parco: sono un fantasma, un uomo ombra”.

Anche chi lui stesso ha ucciso non può più fare tutte queste cose. Ma lui non ne fa cenno. Anzi, afferma che “applicare la pena dell’ergastolo è il più grande male che un uomo possa commettere nei confronti di un altro uomo”.

No. Non è così. Il male più grande che un uomo possa fare a un suo simile è levargli la vita distruggendo così anche quelle a cui era legato. Loro sì, i familiari delle Vittime, condannati per sempre a un ergastolo ingiusto e innaturale: quello di un dolore che strappa l’anima. 

Basta con questa indulgenza!

E’ l’atto che va giudicato, la sua gravità. Non sono importanti le cause, il perché.

Ciò che conta sono: come, cosa e quello che resta.

Ci sono reati che, per usare le stesse parole della legge, sono male in sé e non perché sono proibiti. E per chi li compie non deve esserci scappatoia.

Se realizzi il male nel mondo ne paghi il prezzo, nella sua interezza, anche quando dura tutta la vita. Come diceva Ennio Flaiano: “Sei condannato alla pena di vivere. Domanda di grazia respinta.”

Oggi semmai abbiamo il problema contrario. Le pene sono sempre più miti. Le giustificazioni ai delitti sempre più grandi. Le Vittime vere sembrano i colpevoli e i colpevoli vittime del sistema che li avrebbe indotti a compiere delitti orrendi, a diventare delinquenti.

Io credo nel libero arbitrio. E credo che ognuno di noi contenga in sé il bene e il male e che, in quanto essere umano dotato di intelligenza, possa scegliere – sempre – se far prevalere l’uno o l’altro.

Da intellettuali, politici, scienziati mi aspetto che si parli di autodeterminazione. Di scelta. Di responsabilità personale, ben chiara proprio nel primo comma dell’articolo 27 della Costituzione, che nessuno cita mai.

Mi aspetto che si parli di colpa. Del valore incommensurabile della vita umana e della necessità di proteggerla, anche a costo di levare la libertà per sempre a chi l’ha negata.

Perché senza la libertà la vita resta. Ma senza la vita non c’è neanche la libertà. Non c’è più niente.

Barbara Benedettelli

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Barbara Benedettelli

Barbara Benedettelli è giornalista, saggista, attivista per i diritti delle Vittime di ogni forma di violenza.