Certezza della pena: il diritto alla vita prima di ogni altra libertà

Certezza della pena come garanzia per le vittime

Possiamo ancora parlare di giustizia se chi ha ucciso torna libero troppo presto? La certezza della pena non è vendetta, ma garanzia di civiltà. È il segno che una vita ha avuto valore e che quella sottratta non è stata dimenticata.

Sovraffollamento delle carceri o sotto-giustizia?

In questi giorni, mentre il dibattito politico si infiamma sul sovraffollamento delle carceri, è bene ricordare che la certezza della pena non è il problema, ma parte della soluzione. Non si può usare la mancanza di spazi o strutture come alibi per negare la funzione educativa e simbolica della pena. Non è la condanna il vero fallimento, ma l’incapacità dello Stato di renderla umana, efficace, davvero rieducativa.

Il rischio, oggi, è quello di una retorica rovesciata: si confonde la causa con l’effetto. Il sovraffollamento non deriva da troppa giustizia, ma da una giustizia inefficace, mal gestita, troppo lenta e discontinua nel punire. Siamo un Paese che spesso ha più detenuti che celle, ma anche più crimini impuniti che pene esemplari. E allora sì, serve un piano serio per umanizzare gli istituti penitenziari. Ma questo piano non può mai diventare un pretesto per ridurre le pene o svuotare le carceri in nome di un’emergenza strutturale. La domanda è: vogliamo risolvere il problema o rinunciarvi?

Io sto dalla parte delle Vittime. Da quella parte in cui si sa, con chiarezza, che il diritto alla libertà si esercita solo finché non calpesta la vita degli altri. Tutto il resto, compreso il sovraffollamento, è una sfida logistica e politica. Ma mai, mai, può diventare un argomento contro la certezza della pena.

Quando la libertà pesa più della vita

Viviamo in una società che, in nome della libertà, sembra disposta a negoziare tutto. Anche la vita. Un uomo uccide, viene condannato, poi esce. E talvolta uccide di nuovo. Un altro, già giudicato socialmente pericoloso, è libero per attendere un terzo grado di giudizio. Un altro ancora, dopo aver sparato a una donna, si ritrova ai domiciliari. Lei, un anno dopo, è morta. Vittima annunciata.

In casi come questi, ci si chiede: chi protegge chi? La legge, che dovrebbe garantire equilibrio, tutela il colpevole – non la società, non le Vittime, non i familiari. Il valore della vita scivola giù nella scala delle priorità giuridiche, superato dal diritto alla libertà, dalla presunzione di reinserimento, da automatismi premiali spesso scollegati dal reale cambiamento dell’individuo.

Non è una richiesta di vendetta. Nessuno chiede la tortura. Ma chiedere pene proporzionate al danno inferto, pene certe, non equivale a brutalità. Significa dare alla legge una funzione educativa, etica, collettiva. Significa ribadire, attraverso il rigore della pena, che la vita umana viene prima di tutto.

Diritto alla vita e diritto alla libertà: una gerarchia necessaria

È vero: il nostro ordinamento penale si fonda sul garantismo, sulla rieducazione, sulla dignità della persona. Ma la giustizia non può dimenticare che prima del colpevole esiste una Vittima. E prima del carcere, c’è la morte. La libertà di chi ha ucciso non può prevalere sul diritto alla vita di chi non c’è più. È una questione morale, ma anche costituzionale. È una questione di senso.

Articolo 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”. Ma dove sono le garanzie per le Vittime? Perché chi ha subito la violenza resta privo di tutele, dimenticato, spinto ai margini del processo? Ogni volta che un assassino esce dal carcere prima del tempo, senza aver davvero compreso, senza aver davvero pagato, si infligge una seconda condanna a chi ha perso tutto.

Il dolore delle famiglie: giustizia misera, pena eterna

Il dolore dei familiari non ha fine. È un ergastolo interiore, fatto di assenze, silenzi, ricordi che straziano. Chi ha subito un lutto violento, chi ha visto la propria figlia o il proprio fratello spezzati da un’azione brutale, non chiede la forca. Chiede semplicemente che lo Stato non dimentichi.

E invece dimentica. Concedendo indulti, patteggiamenti, riduzioni di pena automatiche, premi carcerari sganciati da qualsiasi certezza sulla rieducazione reale. Come può sentirsi un padre che ha visto morire un figlio per mano di chi era già stato condannato, già giudicato pericoloso, già “segnalato”? Come si sentono i genitori di Yara, di Tommaso, di Nunzia, di tante altre Vittime, quando vedono che la legge si preoccupa più di chi ha colpito che di chi è stato colpito?

La loro è una condanna definitiva. Senza sconti. Senza revisioni. Ma anche senza giustizia, troppo spesso. Una giustizia che si mostra debole, distratta, piena di cavilli.

Una pena certa per una società che vuole chiamarsi civile

Lo Stato ha il dovere di educare, di rieducare, di proteggere. Ma soprattutto ha il dovere di dare un segnale chiaro: che la vita umana non si può trattare come merce di scambio. Che ogni azione ha una conseguenza. Che la libertà è sacra solo se non schiaccia quella degli altri.

Chi ha distrutto un’esistenza deve sapere, senza ambiguità, che pagherà. Non per vendetta. Non per sadismo. Ma per dare valore a quella vita spezzata. E per impedire, forse, che altre vengano strappate nello stesso modo. È questo il cuore di Vittime per Sempre. Una voce per chi non può più parlare. Un appello a rimettere al centro ciò che davvero conta: il diritto alla vita.

di Barbara Benedettelli — Sociologa, saggista, giornalista e Vicepresidente dell’Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime. Autrice di numerosi libri e studi su crimine, giustizia, AI e relazioni umane.

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Barbara Benedettelli

Barbara Benedettelli è sociologa, saggista e giornalista pubblicista. Socio fondatore e Vicepresidente dell'Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime, da anni è vicina ai familiari delle Vittime dei reati violenti. Attualmente è Assessore a Città di Parabiago (Mi) con delega a Polizia Locale, prevenzione stradale, Protezione Civile e cultura.

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Chi è Barbara Benedettelli
Sociologa, giornalista e saggista. Autrice di inchieste su giustizia, vittime, violenza relazionale e intelligenza artificiale. Editorialista per Il Giornale e autrice di saggi come Dialogo con l’Umanità, Connessioni Pericolose e 50 Sfumature di Violenza.

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