L’indulto fa morti: giustizia tradita, vite spezzate

Giustizia per le vittime: protesta contro l’indulto e la liberazione dei recidivi.

L’indulto del 2006 ha rimesso in libertà anche criminali pericolosi, causando nuovi delitti e dolore. La giustizia, se non è certa e proporzionata, tradisce le vittime e indebolisce la società. La vera rieducazione nasce dalla responsabilità, non dall’impunità.

Quando lo Stato rinuncia al suo dovere di protezione

Ci sia certezza che la pena corrisponda alla condanna e che la condanna corrisponda al reato. In questa certezza soltanto risiede la possibilità di rieducare chi ha commesso la peggiore delle azioni. In questa coerenza si manifesta la solidarietà verso chi quell’azione l’ha subita, e il rispetto per quel senso di sicurezza che consente ai cittadini di vivere senza paura. Ma tra le radici dell’insicurezza diffusa ci sono anche leggi imperfette, a volte persino contraddittorie: è il caso della legge sull’indulto, in stridente contrasto con la quasi contemporanea norma sui termini prescrizionali.

Quest’ultima ha aggravato il trattamento sanzionatorio per delinquenti recidivi, abituali o professionali, prevedendo incrementi di pena e importanti allungamenti dei tempi prescrizionali. Un inasprimento seguito, a distanza di pochi mesi, da un provvedimento di clemenza generalizzato, incapace di distinguere la pericolosità sociale dei singoli condannati. Un controsenso giuridico e morale.

29 luglio 2006: lo Stato che disarma se stesso

Era estate. Ero incinta del mio secondo figlio. Il 29 luglio 2006 il Parlamento approvava un indulto senza precedenti: tre anni di sconto automatico per tutti i reati commessi fino al 2 maggio dello stesso anno. Una misura approvata con numeri schiaccianti: 460 voti favorevoli alla Camera, 245 al Senato. Una quasi ovazione a un provvedimento che molti hanno definito un incubo annunciato.

Ho accarezzato il mio ventre come a proteggere quel figlio che sarebbe nato in un Paese incapace di proteggere la vita. Traditi da uno Stato che, come scrisse Norberto Bobbio, non può rinunciare al monopolio della forza senza cessare di essere Stato. Il sentimento di abbandono fu diffuso, condiviso, reale. Davvero non importava a chi ci governava se ci sentivamo più insicuri e quindi meno liberi?

Il paradosso della rieducazione senza responsabilità

Il provvedimento riguardava molti reati, e lo dico al presente perché la giustizia è lenta. Ancora, nel 2011, c’erano procedimenti aperti per fatti commessi nel 2006. Il beneficio dell’indulto ha significato, di fatto, condanne nulle e processi svuotati di senso. Doveva risolvere il sovraffollamento delle carceri. In realtà, l’anno dopo, il problema era tornato più grande di prima.

In quella che doveva essere una misura straordinaria, si è inserita anche l’incoscienza. Il provvedimento non escludeva neppure l’omicidio. Non è un modo di dire: l’articolo 575 del Codice Penale, che disciplina l’omicidio, non fu escluso. Una scelta che ha consentito a criminali condannati per reati gravissimi di tornare in libertà. E molti hanno colpito ancora.

 

La Repubblica il 30 luglio 2006, pubblica la lettera di una madre:

Grazie all’indulto, mio figlio tossicodipendente tornerà libero e ricomincerà le sue terribili violenze contro di me. Come mi difenderò? Chi mi difenderà? […] Mio figlio, ormai solo biologico, ha oggi quarantasette anni e delinque da circa trenta: entra ed esce dal carcere. Si è macchiato di gravi reati, comprese rapine a mano armata, si è finto malato terminale per realizzare alcune truffe. La famiglia lo ha seguito fino al 1993, sempre lungo gli itinerari previsti dalla legge: il Sert, i centri di recupero, le comunità. Tutto inutile. Gli è stata data l’ultima chance. Anche questa inutile […]. Da allora le violenze di mio figlio contro di me sono aumentate, sempre finalizzate a ottenere soldi per comprare la droga. In oltre un decennio di terrore ha distrutto più volte la casa, mi ha picchiata, mi ha umiliata. E io sono caduta in uno stato di depressione severa. […] Nel 2003 […] mio figlio è stato arrestato dalla polizia mentre tornava a casa armato di un coltello a serramanico con il quale, probabilmente, aveva intenzione di scagliarsi contro di me. Al momento della cattura ha anche ferito un agente. È stato processato, condannato e – da quanto ho saputo da un funzionario di polizia – durante la detenzione è anche evaso da un ospedale nel quale era stato ricoverato. Da alcuni mesi ha ottenuto gli arresti domiciliari in una comunità. Ora, l’indulto lo farà tornare libero. Tornerà a fare rapine, a picchiarmi, a torturarmi […] a devastare la casa giorno e notte, pronto anche a uccidermi […]. Signor Mastella […] mi riceva. Vorrei chiederle se mi accoglierà a casa sua; o se mi darà un alloggio protetto; o se mi assegnerà una scorta per difendermi dal mio figlio biologico. In alternativa, se è possibile che io sia arrestata e rinchiusa in un carcere invivibile, il peggior carcere, ma pur sempre più sicuro della mia casa […]. Se tutto questo non sarà possibile, signor Ministro, io ho già deciso: mi toglierò la vita. Vorrò farlo io […] per impedire che lo faccia mio figlio: non voglio vedere i suoi occhi mentre mi uccide.
Leggo il provvedimento e noto qualcosa che mi fa rabbrividire: l’omicidio non è escluso. L’articolo 575 del codice penale non è tra quelli esclusi dall’indulto. Sono a tavola con mio marito, stiamo facendo colazione e leggiamo i giornali. Mi alzo all’improvviso, mi agito, mi arrabbio: «Ma dove siamo? Non è possibile, non si può!» Poi, neanche tanto tempo dopo quel giorno afoso, la cronaca nera comincia a restituirci l’orrore di una scelta politica contestata dagli Stati di mezzo mondo.

       

        Napoli, ottobre 2006

Era libero grazie all’indulto il criminale slavo che ha ucciso a Napoli un giovane commerciante nel tentativo di rubargli l’auto. Il fatto è successo il 5 ottobre scorso a Saviano ma la Vittima, Antonio Pizza, ventotto anni, sposato e padre di un bimbo nato pochi mesi fa, è morto ieri dopo giorni di agonia. […] Il rapinatore, arrestato dai carabinieri, era stato scarcerato solo pochi giorni prima.

 

        Treviso. Agosto 2007

«Sui due corpi, nella camera da letto dove è evidente il passaggio della furia, ci sono i segni della lotta – le ecchimosi, i graffi, i tagli ripetuti e sempre più rabbiosi – e c’è il segno della resa, nel sangue che bagna il pavimento, inzuppa il letto, schizza le pareti. Nella dependance della villa degli industriali D. a Gorgo al Monticano in provincia di Treviso, nella notte tra lunedì e ieri si è consumato un massacro… Le Vittime sono Guido Pellicciardi, sessantotto anni, e sua moglie Lucia Comin, sessantadue. […] Il procuratore capo di Treviso Antonio Fojadelli parla di un crimine «efferato» e dice di usare questo aggettivo perché «colmo di sdegno e sgomento» per quello che ha visto nella stanza […]».17 I rapinatori assassini «hanno lasciato tracce di cocaina e macchie del proprio sangue sul luogo del delitto […]. Un cittadino rumeno di vent’anni e due albanesi di circa trenta, sono stati fermati dai carabinieri di Treviso, guidati dal colonnello Paolo Tardone […]. Il rumeno […] faceva l’operaio presso l’azienda del proprietario della villa […]. I due cittadini albanesi, invece, a quanto risulta a Panorama.it, erano irregolari ed erano usciti dal carcere grazie all’indulto: avevano precedenti di violenza sessuale e rapina.

 

        Bergamo, marzo 2007

Una settimana prima di ammazzare e rapinare una commessa di sessantaquattro anni, L.P., aveva sequestrato la titolare di un negozio di animali, obbligandola a rivelargli il codice del bancomat e liberandola dopo quattro ore. Nessuno lo ha fermato. È uno dei particolari emersi durante l’interrogatorio di V.d’E., trentasette anni, una sfilza infinita di precedenti penali […] «Era fuori per indulto pur avendo alle spalle ben venticinque rapine: questo assassino non merita nessuna pietà» dichiara il senatore della Lega Ettore Pirovano, storico sindaco di Caravaggio, oggi numero due dell’amministrazione comunale. «La cosa che più addolora non solo me ma tutta la cittadinanza è che un pm, all’inizio di febbraio, convalidò l’arresto di questo tipo per furto ai danni di un’anziana, ma un giudice l’ha poi rilasciato. È sempre la solita storia..

 

Plurirecidivo e pluriliberato. Ma la recidiva non dovrebbe essere punita con sanzioni più severe?

Quando lo Stato arma chi dovrebbe disarmare

Gli esempi sono molti. Troppi. Li riporto altrove, perché non si dimentichino. Basta uno per capire: chi ha ucciso Antonio Pizza era stato appena scarcerato grazie all’indulto. Chi ha massacrato i coniugi Pellicciardi a Treviso aveva precedenti pesanti. Alcuni avevano commesso violenze sessuali. Chi ha ucciso una donna a Bergamo aveva alle spalle 25 rapine. Un uomo con decine di precedenti, fuori per indulto, uccide. Un altro evaso, un altro arrestato e rilasciato. Non è giustizia, questa. È abbandono.

La sproporzione tra pena e delitto

Mi limito a ricordare alcuni di questi casi. Una parte minuscola rispetto a ciò che è successo. Ma già sufficiente a sollevare una domanda: a chi serve un indulto concesso anche a chi ha distrutto vite altrui? La risposta è spietata: serve alla politica quando vuole lavarsi le mani. Serve a chi vede la pena solo come fastidio da eliminare.

Eppure la Costituzione parla chiaro. La pena ha una funzione rieducativa. Ma come si può educare qualcuno a cui non si consente di conoscere fino in fondo il buio della propria colpa? Come può un educatore agire sull’essenza, se ha davanti una maschera?

La libertà del male non è diritto

“Nessun uomo è innocente”. Sì, è vero. Nessuno è esente dal male. Ma ognuno di noi è libero di non agire il male. E chi ha scelto di farlo, chi ha spezzato vite, violentato corpi, spacciato morte, non può ricevere dallo Stato la libertà come premio. Perché la libertà è un bene sacro. E sacro deve restare.

 

di Barbara Benedettelli – Sociologa, saggista, giornalista e Vicepresidente dell’Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime. Autrice di numerosi libri e studi su crimine, giustizia, AI e relazioni umane.

di Barbara Benedettelli — Sociologa, saggista, giornalista e Vicepresidente dell’Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime. Autrice di numerosi libri e studi su crimine, giustizia, AI e relazioni umane.

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Barbara Benedettelli

Barbara Benedettelli è sociologa, saggista e giornalista pubblicista. Socio fondatore e Vicepresidente dell'Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime, da anni è vicina ai familiari delle Vittime dei reati violenti. Attualmente è Assessore a Città di Parabiago (Mi) con delega a Polizia Locale, prevenzione stradale, Protezione Civile e cultura.

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Chi è Barbara Benedettelli
Sociologa, giornalista e saggista. Autrice di inchieste su giustizia, vittime, violenza relazionale e intelligenza artificiale. Editorialista per Il Giornale e autrice di saggi come Dialogo con l’Umanità, Connessioni Pericolose e 50 Sfumature di Violenza.

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Barbara Bendettelli  2025 – © Tutti i diritti riservati