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Voglio la pena certa! Rosaria Castellano

322909170Rosaria Castellano è la sorella di Nunzia, uccisa a coltellate a Napoli il 14 novembre 2003, dall’ex fidanzato. Rosaria insieme alla sua famiglia chiede certezza della pena, il solo modo, spiega, per dare valore a una vita che è stata negata da altri, e per… dare ai familiari la sensazione che lo Stato c’è.
Che il sistema giudiziario sa valutare, sa riconoscere la gravità del male fatto e riportare una sorta di equilibrio. Che sa rispettare la memoria di chi non c’è più e la dignità di chi sopravvive. Un equilibrio che non riporta in vita chi è morto, ma che dà a chi resta la forza di andare avanti nonostante il peso perenne del dolore. “Sono stanca – dice Rosaria – amareggiata e impotente dinanzi ad un sistema giudiziario che continua a essere garantista, comprensivo a favore di quel reo che senza alcuna pietà ha deciso che quella donna, quel ragazzo, quel bambino non doveva più vivere. Esseri umani, che poi per lo Stato diventano solo un numero di fascicolo. Non sono fascicoli sono vite spezzate ingiustamente. Persone che pulsavano, che non hanno potuto difendersi e che volevano continuare a esserci. A vivere. Lo abbiamo sempre urlato e continueremo a farlo: la pena sia commisurata alla gravità del reato e sia certa. Basta con i premi automatici e i benefici.”

Voi avete costituito un’associazione per proteggere le donne che si trovano in pericolo di vita a causa di uomini violenti…

L’associazione è nata dopo pochi mesi dalla tragedia senza fine che ci ha colpiti. Quello stesso dolore che ti succhia il sangue e l’anima ha indotto mia madre a decidere di fare qualcosa per aiutare tutte quelle donne che, come Nunzia, avevano bisogno di aiuto, di conforto, fosse solo di trovare una spalla su cui appoggiarsi. Immagino il sorriso dolce di mia sorella che mi dice: “Dai, forza Rosaria, accompagniamola, sosteniamola, non deve sentirsi sola!”Anche se siamo un granellino di sabbia abbiamo  determinazione, forza e voglia di Giustizia, la stessa che ci è stata negata. Siamo sempre in prima linea con manifestazioni, fiaccolate, operazioni benefiche, e il nostro impegno è anche quello di sensibilizzare chi, per fortuna, non ha subito un torto simile. La violenza riguarda tutti. Ogni singolo cittadino può esserne colpito e girare le spalle non fa altro che rafforzare un muro di omertà dove i criminali sguazzano. Dobbiamo essere uniti e in tanti, so che ce la possiamo fare… 

Tempo fa tua madre insieme a Clementina Ianniello ha fatto lo sciopero della fame per ottenere un incontro con il Ministro Alfano. Che cosa ne è derivato?

L’assassino di tua sorella, di tuo figlio, può difendersi dinanzi ad un Tribunale, può chiedere il rito abbreviato, avvalersi della facoltà di non essere capace di intendere e di volere. Può fingere pentimento e aggrapparsi a tutte le attenuanti che il nostro Codice Penale mette a sua disposizione. La Vittima invece è stata spazzata via. Nessuna pietà, nessuna difesa, non può urlare e raccontare al Giudice la verità. Lui viene giudicato nella sua umanità, l’umanità della Vittima non può neanche essere ricordata. Davanti all’ipocrisia e al cinismo di un avvocato che in tribunale dice che tua figlia poteva difendersi da quella raccapricciante violenza, è scaturita la rabbia di mia mamma Angela: “Quel mostro può difendersi ed io devo stare lì a guardare senza fare nulla, nulla per mia figlia? Devo agire. Se è necessario m’incatenerò davanti al palazzo di Giustizia a Roma”. E così, nel dicembre 2009, lei insieme ad altre mamme unite dallo stesso destino si sono presentate davanti al Palazzo e hanno proclamato lo sciopero della fame affinché venissero ascoltate. “Le Vittime hanno fame di Giustizia!” questo era lo slogan. Quelle madri si sono umiliate davanti a quel Palazzo. Hanno elemosinato Giustizia per quei figli che giacciono in una fredda bara di legno. All’inizio hanno provato a mandarle via, ma con la loro fermezza sono riuscite a essere ascoltate. Dopo pochi mesi hanno avuto un appuntamento durante il quale hanno consegnato una proposta di legge che prevede quello che umilmente chiediamo da diversi anni: no al rito abbreviato, ai benefici e pena certa. Chi ha ucciso deve pagare il suo debito per intero e rimanere in carcere! 

Quali erano i sogni di Nunzia?

Io e Nunzia avevamo un anno di differenza, eravamo unite, l’una l’ombra dell’altra. Abbiamo condiviso tutto. Viaggi, amicizie, esperienze positive e negative, la spensieratezza delle cose semplici e banali: quale abito indossare, dove andare il venerdì sera, la palestra, gli itinerari di viaggio e poi quante risate… Nunzia era una ragazza dolcissima ma determinata. Era laureata in Economia e Commercio, e pur potendo intraprendere la libera professione aveva deciso di occuparsi dell’aspetto amministrativo dell’azienda di famiglia, questo a conferma della grande unione familiare che ci ha sempre contraddistinti. Lei voleva solo vivere Barbara. Voleva divertirsi, realizzarsi professionalmente e sognava una famiglia tutta sua, dei pargoletti da crescere e accudire. Mia sorella è in ogni istante della mia vita… ma la sua voce non la sentirò più, i suoi grandi occhi blu non li incrocerò più. Il suo splendido sorriso è solo un ricordo. Non potrò più stringerla forte e ricevere un suo abbraccio fraterno… 

Che cosa vuol dire ingiustizia Rosaria? 

Ingiustizia è svegliarsi la mattina e accorgerti che il letto di tua sorella non è disfatto, che non ci ha dormito nessuno. Ingiustizia è non poter condividere la quotidianità, un pensiero, una giornata al mare con lei. Ingiustizia è vedere i tuoi genitori e tuo fratello che ogni giorno si spengono, lo sguardo assente, gli occhi solcati da profonde occhiaie. Ingiustizia è sopravvivere senza voglia e aspettative. È sapere che l’assassino di mia sorella, Luca Carafa, tra pochissimo sarà libero perchè la sua condanna già abbreviata a 13 anni e 8 mesi  si estinguerà in anticipo. Non ne posso più Barbara, e mi chiedo ogni giorno perché è così difficile votare quella proposta di legge. Basterebbe veramente poco, e noi parenti delle Vittime potremo almeno dire: “Giustizia è fatta”!

di Barbara Benedettelli © RIPRODUZIONE RISERVATA

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