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Femminicidio, i dati distorti

Femminicidio, i dati distorti da una narrazione ideologica della realtà non servono a prevenire. 

Cominciamo con il dire che cosa non è femminicidio, perché negli ultimi tempi gli argini del significato (mai adattato alla realtà italiana) sono stati allargati a dismisura senza un criterio di logicità.

Questa dilatazione ha creato un disorientamento collettivo e un sentimento d’ingiustizia verso altre categorie di Vittime: nel discorso pubblico e politico le uccisioni di donne da parte dei loro figli o delle figlie, dei vicini di casa, della criminalità comune, vengono inserite nella categoria femminicidio (o femicidio).

Un errore a volte dovuto a ignoranza o superficialità, altre volte a un utilizzo strumentale e distorto dei fatti, utile a dare dimensioni di grave allarme sociale e di urgenza.

Non sono femicidi quelli che, per esempio, hanno visto nel 2016 la morte tremenda di Maria Rita Tomasoni, 52 anni, uccisa il 9 novembre a Novara dal fratello per ragioni economiche; di Kamaljit Kaur, 63 anni, uccisa da un vicino di casa il 1° giugno a San Felice (Mo), per futili motivi; di Nelly Pagnussat, ammazzata a martellate e fatta a pezzi con un motosega da un vicino con problemi psichici; della gioielliera 75enne in pensione Maria Melziade, uccisa a Canosa di Puglia il 17 novembre, nel corso di una rapina in casa.

Non lo sono quelli di Natalina Carnelli, 82 anni, avvelenata con un cocktail di farmaci dalla figlia (femmina) 61enne; di Danielle Claudine Chatelain, uccisa a 72 anni dalla fidanzata pregiudicata (femmina) della figlia scomparsa. Come non lo è quello di Marianna Luberto, di soli 7 mesi, uccisa dalla madre.

Eppure, nella triste conta dei numeri di donne assassinate per femminicidio, spesso sui media, nei siti delle Associazioni, durante le manifestazioni o nei dibattiti politici – e qualche volta in atti parlamentari – vengono inserite anche queste uccisioni.

Ecco che i numeri salgono: “Violenza sulle donne: la strage continua. Nel 2016 ne sono state uccise 120”; “Femminicidi, 116 donne uccise ogni anno in Italia: i più violenti partner ed ex”.

Secondo ANSA, che come fonte ha utilizzato le Forze dell’ordine, le donne uccise in ambito famigliare nel 2016 sarebbero 108, per motivi riconducibili in maggioranza a tensioni famigliari, al desiderio di separarsi, all’affidamento dei figli.

Qui almeno non si fa menzione del termine femminicidio che, come abbiamo visto, si riferisce a un fenomeno ben preciso. Bensì si parla, giustamente, di “ambito famigliare”.

Se non distinguiamo e riteniamo allarmante il numero complessivo delle donne uccise, da chiunque e per qualunque motivo, dovremmo ritenere ancora più allarmante l’uccisione dei maschi, dando ragione a chi afferma correttamente che sono molti di più: secondo i dati del ministero dell’Interno nel 2015 sono stati uccisi 328 uomini e 141 donne.

Tuttavia non è possibile conoscere il numero esatto di quelli che possiamo definire femicidi perché non c’è una fonte unica, né ci sono ancora paletti universali, dunque la raccolta dei dati è inesatta e a volte faziosa. Ognuno dà numeri diversi. Secondo Emanuela Valente dell’osservatorio In Quanto Donna, che raccoglie le notizie di cronaca, nel 2016 i femicidi sono stati 72.

Novantadue secondo l’autorevole blog del Corriere della Sera, La 27esima ora, che però inserisce nella categoria anche 15 donne assassinate dai figli, dalle figlie, da parenti quali zii o nipoti. In un caso dalla fidanzata (femmina) della figlia scomparsa e in un altro ci troviamo di fronte a un infanticidio da parte di madre. Il noto blog omette dalla categoria le prostitute, che invece secondo la definizione di Diana Russell vi rientrano.

Lo stesso calcolo che non tiene conto del fondamentale rapporto tra vittima e carnefice e delle cause lo fa l’accreditata associazione “Casa delle Donne per non subire violenza”, che attesta, per il 2016, 117 femicidi. Questa volta però vengono contate anche le uccisioni di prostitute da parte del racket.

Troviamo anche qui le donne ammazzate dai figli, dai parenti, dai vicini di casa, da autori sconosciuti e in un caso da una donna. Che, se ci atteniamo al significato del neologismo, non sono femminicidi. Ma anche quando a uccidere sono i partner, le motivazioni sono sempre da ascrivere a quelle che identificano il fenomeno? Cioè, si tratta sempre di misoginia, sessismo, senso di possesso di derivazione patriarcale? No.

I moventi a volte hanno a che fare con la malattia psichiatrica, altre con questioni economiche o di eredità, oppure con l’abuso di alcol e droghe.

Tra le fonti autorevoli presenti in Italia c’è il database della Direzione centrale della Polizia criminale. Nell’ultimo rapporto si nota un calo del totale di tutti gli omicidi volontari del 12% a partire dal 2010: si è passati da 531 a 469 del 2015, di questi ultimi 160 delitti sarebbero avvenuti in ambito famigliare/affettivo: 109 vittime di sesso femminile e 59 di sesso maschile.

A parte il fatto che nessuno si occupa delle 59 vittime maschili, non tutte le 109 vittime femminili sono state assassinate dai loro partner e, quando lo sono, la causa non sempre va ascritta alla categoria femminicidio.

È il caso di dirlo: ma che confusione! Attenzione, non intendo svalutare il termine e ciò che rappresenta! Ma credo che si debba ristabilirne i confini.

Se, come afferma il sociologo Émile Durkheim, la società è “un insieme di idee”, e se le idee, per diventare società civile,  devono essere comunicate e condivise dal più elevato numero di cittadini, è essenziale che ci sia un collegamento diretto, univoco e rigoroso tra i nomi delle cose e le cose stesse.

Una parola che ha un elevato valore simbolico e politico, come appunto femminicidio, per avere un significato universalmente condiviso, dunque utile innanzitutto alla prevenzione, deve corrispondere con esattezza e senza approssimazioni ai fatti del mondo che intende descrivere.

Se questa corrispondenza non c’è, il termine diventa arbitrario dunque inutile. Non solo, se non siamo precisi, se non trasmettiamo informazioni corrette all’opinione pubblica, non soltanto rendiamo difficile impedire che accada, ma suscitiamo un forte senso d’ingiustizia: come, la morte di un uomo vale meno di quella di una donna?

Se mettiamo all’interno di questo particolare tipo di violenza anche le uccisioni che nulla hanno a che vedere con il genere, perché non riteniamo altrettanto allarmante la morte violenta di un anziano ucciso durante una rapina in casa, di un uomo ammazzato dal figlio o dalla figlia o da un vicino di casa?

Come fa l’opinione pubblica a comprendere la necessità di un neologismo controverso e di tutto il lavoro che c’è dietro, delle battaglie civili di chi ogni giorno sta vicino alle vittime, se non siamo precisi?

Occorre rigore.

E anche la volontà di osservare i fenomeni al di sopra delle parti tenendo conto dei mutamenti socioculturali, che oggi più che mai sono repentini e visibili.

È corretto ampliare (o restringere) le cause seguendo l’evoluzione culturale e scientifica, ma va fatto con cognizione di causa, su basi reali e attuali: se al tempo dei miei nonni era accettata la violenza sulle donne e sui bambini in quanto regola patriarcale, oggi quella regola non esiste più, è anzi stata sostituita da una forte condanna morale e anche penale.

Tuttavia le donne continuano a morire ammazzate in numero sproporzionato all’interno delle relazioni affettive.

Dobbiamo pensare di trovarci di fronte a un fenomeno fisiologico dunque ineluttabile? Oppure dobbiamo rimettere periodicamente in discussione i paradigmi attraverso i quali lo spieghiamo?

Era necessario un excursus storico sulla nascita, sul significato e sull’uso politico di una parola tutt’ora controversa. Una parola che, secondo la tesi esposta in questo libro, non rappresenta un fenomeno a sé, ma un ramo, seppure grande, dello stesso albero del male: la violenza domestica.

Tratto da ‘50 sfumature di violenza, femminicidio e maschicidio in Italia di Barbara Benedettelli per Cairo Libri

 

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