Nel caso Eluana Englaro non ci sono verità assolute, ma domande che interpellano la coscienza di ciascuno. E nel dubbio, si dovrebbe scegliere la vita, l’unico bene che non ha repliche.
Il caso che ha spaccato l’Italia
La vicenda di Eluana Englaro ha lacerato il Paese. Ha diviso l’opinione pubblica, le famiglie, i parlamenti. Ma soprattutto ha costretto ciascuno a interrogarsi sul valore della vita quando non è come la vorremmo. Eluana era viva? Era ancora vita quella che lei conduceva? Aveva il diritto suo padre di decidere per lei? Aveva lo Stato il dovere di impedirlo?
Domande che ancora oggi, a distanza di anni, non hanno una risposta univoca. Ma una sola certezza: la morte è definitiva. E nel dubbio, si dovrebbe scegliere la via che lascia aperte possibilità. Anche solo immaginate.
Il dubbio come fondamento etico
Chi può dire con certezza cosa avrebbe voluto Eluana, tanti anni dopo quella frase detta, forse per leggerezza, in un tempo lontano? Nessuno sa davvero se Eluana fosse cosciente, se sentisse, se soffrisse. Nessuno sa se la sua mente avesse costruito un altro modo di esistere. E proprio perché non sappiamo, il dubbio diventa la sola risposta lecita. E se c’è dubbio, perché scegliere la morte?
Lo Stato, la legge, la responsabilità
Uno Stato non può legiferare nel buio della certezza morale assoluta. Deve tutelare il bene comune. E il bene comune non è decidere chi può vivere o morire in base a una volontà solo presunta, non aggiornata, non verificabile. Il bene comune è proteggere la vita finché c’è respiro. Anche quella “a metà”. Anche quella che non comunica.
Le leggi servono a regolare il conflitto fra libertà personali e valori collettivi. In questo caso, fra l’autodeterminazione (presunta) di una persona e il principio irrinunciabile del rispetto della vita. Lo Stato, dunque, non doveva autorizzare. Doveva fermare. Anche contro la sua stessa emotività, anche contro il dolore comprensibile di un padre.
Non è una questione politica o religiosa
In questa vicenda non c’è una verità religiosa da imporre. Non c’è una bandiera politica da difendere. C’è una persona. C’è una ragazza. C’è un corpo vivo, anche se immobile. C’è una vita che forse si era trasformata, forse si era ritirata. Ma c’era.
E c’è stato un Paese che ha scelto di farla morire. Non in silenzio, ma con clamore. E questa, forse, è la tragedia più grande.
Le parole non dette, le vite non vissute
Chi prega perché un’altra persona muoia, dovrebbe essere pronto a essere trattato allo stesso modo se un giorno toccasse a lui. Chi parla di libertà, dovrebbe sapere che la libertà vera è quella che include anche il diritto di esistere quando non si può parlare. Anche quando si è soli dentro un corpo. Anche quando si è dimenticati.
La morte di Eluana ha lasciato ferite che non si rimarginano. Ha lasciato una domanda: se fosse successo a noi? Se ci fossimo svegliati all’improvviso e nessuno ci avesse più aspettati?
Una cultura che ha perso il senso del limite
Viviamo in un tempo in cui tutto ciò che non è perfetto viene considerato inutile. Una società che misura il valore delle persone sulla base della loro funzionalità, della loro produttività, della loro bellezza. E allora il corpo inerme diventa orrore, pietà, fastidio. Ma quel corpo è anche memoria, emozione, attaccamento. È vita.
La cultura della morte avanza quando il dolore diventa pretesto, quando il dubbio viene ignorato, quando si creano precedenti che potranno essere usati per altri casi, magari meno clamorosi, ma ugualmente tragici. È su questi precedenti che si costruiscono o si distruggono le civiltà.
Sociologa, saggista, giornalista e Vicepresidente dell’Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime. Autrice di Dialogo con l’Umanità, Connessioni Pericolose e altri saggi su crimine, AI, giustizia e relazioni umane. Leggi la biografia completa


