I ponti crollano, la politica si affloscia, e le vittime restano senza risposte. Un Paese costruito sull’argilla non può reggere l’urto del dolore e della responsabilità mancata.
L’Italia fragile: tra ponti crollati e parole vuote
Un altro ponte crolla, un’altra tragedia si consuma. Ma sulle prime pagine dei giornali, la notizia scivola via troppo in fretta, soffocata da una politica impegnata più a contendersi il potere che a costruire solide fondamenta per il Paese. La cronaca della furia che ha travolto la Sardegna si mescola a quella di Carasco, dove il crollo di un ponte ha portato via due vite, Lino Gattorna e Claudio Rosasco. Le perizie parlano di possibili responsabilità legate alla manutenzione, e ancora una volta ci ritroviamo a fare i conti con una fragilità strutturale che è prima di tutto politica.
La manutenzione mancata, la giustizia assente
Non è colpa della natura se i fiumi esondano, ma dell’incuria con cui li si è abbandonati. Non è colpa del destino se i ponti crollano, ma delle negligenze diffuse e del disinteresse. Dopo ogni catastrofe, si cercano i colpevoli, ma i colpevoli restano sempre lontani, protetti da scartoffie e giustificazioni. E gli innocenti veri? Quelli muoiono. Restano solo le famiglie che per anni domandano ciò che non arriva mai: risposte, giustizia, prevenzione. L’elenco delle tragedie è lungo: Genova, L’Aquila, il Friuli, l’Emilia. Troppe ferite aperte, troppa poca memoria.
Una politica ripiegata su sé stessa
La politica della polis è diventata politica del potere. Non si spalano più fiumi, si spalano parole. Parole senza carne, senza azione, senza responsabilità. Una politica autoreferenziale, che si definisce nuova ma resta uguale a sé stessa. Dove sono le forze politiche nei momenti della crisi vera? Dove sono i partiti quando c’è da stare accanto alla gente che perde casa, affetti, memoria? Se un partito vuole dirsi realmente nuovo, che vada a spalare il fango, quello vero. Che scenda dalle stanze dorate della retorica e si sporchi di realtà.
Un ponte da ricostruire: tra Stato e cittadini
I cittadini chiedono fatti, non più promesse. Chiedono un controllo serio e capillare su tutti i ponti d’Italia. Chiedono che si intervenga, subito, sugli argini dei fiumi. Chiedono che queste morti, queste rovine, non siano vane. Il ponte che univa politica e cittadini si è spezzato: era costruito sull’argilla della propaganda, non sul cemento della responsabilità. E adesso, se non si vuole che l’intero Paese sprofondi, bisogna ripartire dalla solidità dei gesti, dalla concretezza degli interventi. Il tempo delle parole è finito. Il tempo del fango è già iniziato.


