Mamma, quello è buono o cattivo?

Alessandro e la sua filosofia

Mamma, quello è buono o cattivo? Difficile rispondere a un bambino…

La distinzione tra il bene e il male non è sempre chiara, ma non va mai persa la voglia innata di cercare il filo rosso che li separa. Il mio secondogenito, Alessandro, a soli tre anni ci chiedeva continuamente dove si trovasse l’uno e dove stesse l’altro:

«Mamma, quello è buono o cattivo?», «Ma perché è buono? Perché è cattivo?» «Ma il buono ha la pistola? E il cattivo? Perché la pistola del buono è nera come quella del cattivo?» «Mamma, ma io sono buono? Perché la gente è cattiva? Papà, ma i topi sono cattivi? Perché ci sono cani buoni e cani cattivi?», «Mamma, ma perché la gente deve morire?».

Come fa un bimbo in così tenera età ad avere dentro questi concetti? Forse li ha perché il nostro quotidiano non è più in grado di tenerli lontano e loro, i bambini, sono sempre più svegli, più intelligenti.

Ascoltano i discorsi dei grandi, anche quando sembrano distratti da un giochino che hanno visto sullo scaffale del supermercato. Oppure, mentre al mare fanno castelli di sabbia, e noi, i grandi, chiacchieriamo senza levargli gli occhi di dosso per controllare che non si facciano male. Che nessuno li porti via da noi: una paura che ha ogni genitore.

Il male non fa discriminazioni di sorta: è una specie di “giustizia nera”, come la morte. I bambini lo sanno. Sentono le angosce dei grandi verso un mondo che oggi conosciamo meglio anche nel suo lato cannibale.

Non è indispensabile parlare in casa degli uomini cattivi che portano via i bambini regalandogli caramelle, di quelli che ammazzano gli altri con i coltelli trovati in cucina, o con le pistole che tengono in casa “legalmente”.

Non è indispensabile lasciare accesa la tv sulla violenza, proposta ormai in percentuale sempre più elevata a ogni ora del giorno e della sera. In ogni forma e in ogni contenuto.

La violenza si respira, è nell’aria, nel nostro sguardo preoccupato quando ai giardinetti vediamo quattro uomini che discutono con i volti contratti, scambiandosi “caramelle” e denaro; o quando un signore di mezza età, che si tocca spesso i testicoli guardando con insistenza i nostri bambini, ci irrita e ci costringe a portarli via.

Noi abbiamo paura. I bambini lo sentono e va bene così. Perché se da una parte devono aprirsi agli altri e al mondo per poter crescere sani ed evolvere, dall’altra devono essere coscienti che il male c’è e che se non lo riconosci vince senza che tu abbia avuto la possibilità di reagire.

di Barbara Benedettelli — Sociologa, saggista, giornalista e Vicepresidente dell’Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime. Autrice di numerosi libri e studi su crimine, giustizia, AI e relazioni umane.

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Barbara Benedettelli

Barbara Benedettelli è sociologa, saggista e giornalista pubblicista. Socio fondatore e Vicepresidente dell'Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime, da anni è vicina ai familiari delle Vittime dei reati violenti. Attualmente è Assessore a Città di Parabiago (Mi) con delega a Polizia Locale, prevenzione stradale, Protezione Civile e cultura.

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Chi è Barbara Benedettelli
Sociologa, giornalista e saggista. Autrice di inchieste su giustizia, vittime, violenza relazionale e intelligenza artificiale. Editorialista per Il Giornale e autrice di saggi come Dialogo con l’Umanità, Connessioni Pericolose e 50 Sfumature di Violenza.

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