L’indignazione è il primo atto di un cuore vivo. Lo diceva Martin Luther King, e vale ancora oggi: se non ci indigniamo più, siamo già morti dentro.
Le parole che scuotono la coscienza
Mai smettere di indignarsi. Lo diceva Martin Luther King, e lo ripetono tutte le coscienze libere quando si trovano di fronte all’ingiustizia. C’è chi afferma, con pragmatismo cinico, che l’indignazione non serve a nulla, che non cambia il mondo. Ma è davvero così? Se King e tutti coloro che lo hanno seguito, bianchi o neri, non avessero espresso la loro indignazione, gli Stati Uniti probabilmente non avrebbero mai avuto un presidente nero.
L’indignazione è la miccia. È ciò che accende il pensiero e lo trasforma in azione. È il primo stadio della partecipazione, della resistenza, del cambiamento. Senza indignazione, restano solo l’assuefazione, l’abitudine, il silenzio.
Le parole hanno un peso, eccome
Chi sostiene che l’indignazione non porta a nulla nega alle parole un valore oggettivo. Eppure le parole, quelle autentiche, hanno potere. Smuovono. Feriscono. Risvegliano. Le parole di sdegno danno voce ai sentimenti forti, quelli che non possiamo trattenere se siamo vivi per davvero. Quelli che, proprio perché non mediati né filtrati, riescono a toccare il cuore degli altri. A volte con forza, a volte con dolcezza. Ma sempre con verità.
Sono come pietre gettate in uno stagno: generano cerchi concentrici che si allargano, coinvolgono, raggiungono altri. E così la rabbia giusta di uno diventa la rabbia giusta di molti. Un grido isolato si fa coro. E il coro, se cresce abbastanza, può cambiare le cose. O almeno può impedire che restino immutate.
Uno spazio per dire “basta”
In questo spazio esprimo ciò che mi irrita, ciò che non tollero, ciò che mi scuote. Non pretendo che tutti condividano il mio pensiero. Non cerco applausi. Ma dono il mio punto di vista a chi sente, almeno un poco, la stessa inquietudine. Perché se le mie parole trovano un’eco, se diventano parte di un sentire collettivo, allora l’indignazione non è più solitudine. Diventa forza. Diventa testimonianza.
Martin Luther King ci ha insegnato che il silenzio, davanti al male, è già una forma di complicità. Allora sì, mai smettere di indignarsi. Finché ci sarà anche solo un’ingiustizia, un’ipocrisia, una menzogna, indignarsi sarà il nostro dovere più alto. Il primo segnale che siamo ancora vivi. E che crediamo ancora che il mondo possa, debba, cambiare.


