Se Dio è amore, cosa spinge chi non crede a scegliere il bene, a donarsi? Forse una sola risposta può unire credenti e laici: l’Amore come legge morale universale.
L’amore come fondamento etico universale
Per millenni l’umanità ha trovato pienezza e senso in Dio, una guida morale, un giudice imparziale, un punto di partenza e di arrivo. Ma oggi, in una società sempre più secolarizzata, molti non credono più in un Dio personale. E allora, dove trovare la luce che indica la via del bene?
Umberto Eco, nel suo celebre dialogo con il Cardinale Martini, si chiede come sia possibile che esistano persone capaci di compassione, altruismo, responsabilità morale, pur senza credere. Dove il laico trova la forza per dare e darsi, per amare l’Altro?
Martini risponde con saggezza: “…ci sono forme di religiosità, dunque di senso del sacro, del limite, dell’interrogazione e dell’attesa, della comunione con qualcosa che ci supera, anche in assenza di fede in una divinità personale e provvidente”.
Martini parla di “universali semantici” ovvero di “nozioni elementari comuni a tutta la specie umana”. Io credo che l’universale semantico che possa assumere il valore di “assoluto” e diventare la base di un’etica che possa essere per chiunque “la luce” che indirizza il cammino, sia l’amore.
Amare senza Dio
Si può amare senza Dio? Sì. Perché l’amore è una forza interiore, una potenza naturale che non ha bisogno di essere teologicamente giustificata. Spinge a donare tempo, cure, attenzioni, vita, anche a chi non conosciamo. Anche a chi non ci restituirà nulla. Il credente lo fa nel nome di Dio. Il laico lo fa nel nome dell’umanità. Ma il gesto, se autentico, è lo stesso. Ed è mosso dalla stessa radice: la compassione. L’Amore.
Eppure oggi si guarda con sospetto chi fa del bene senza una motivazione religiosa. Si pensa che dietro ci sia un secondo fine, una strategia, una vanità. Ma se raccontiamo solo il male, come possiamo far nascere il bene? Se nascondiamo il dono, come può diventare modello? Vedere è una componente importante dell’esperienza umana.
Una religione dell’Amore
Papa Francesco ha detto: “Dare il primato a Dio significa dire no al male, alla violenza, alle sopraffazioni”. Ma se al posto di Dio ponessimo la parola Amore? Il significato cambierebbe poco. Cambierebbe il destinatario, ma non il messaggio.
L’Amore può diventare legge morale. Un legame sociale. Un patto interiore. Una religione, in senso etimologico: ciò che “religa”, che unisce. Una religione dell’Amore che non richiede dogmi, ma gesti. Che non ha templi, ma relazioni. Che non ha comandamenti, ma responsabilità.
Come diceva il filosofo Fernando Savater nel suo libro Il coraggio di scegliere, “l’uomo ha bisogno di un simbolo pratico di quello che è e che fa, per poter essere e fare. Di solito, questo simbolo pratico non è monoposto o privato, bensì condiviso con molti altri (…). Ogni simbolo pratico della vita che auspichiamo, è un vincolo sociale, una religione (da religione, stabilire un’unione o un legame interpersonale codificato di carattere virtuale).”
L’uomo ha bisogno di simboli condivisi per riconoscersi. E l’Amore è il simbolo più forte e più universale che possiamo avere.
Una presenza invisibile
Dio, per chi crede, è presente anche quando si nasconde. Ma anche chi non crede, in qualche modo, lo sente: lo avverte come impulso a superare se stesso, a prendersi cura, a non restare indifferente. Allora chiamiamolo Amore. Una forza che si fa presenza anche quando non ha nome. Un moto del cuore che spinge all’incontro, alla responsabilità, alla solidarietà.
L’Amore non è solo un sentimento: è un atto. Un agire. Un principio etico. E può essere il terreno comune su cui credenti e non credenti si incontrano. Perché se Dio è amore, anche l’amore è Dio. E in quel Dio-Amore possiamo forse ritrovarci tutti, senza più muri.


