Il World Wide Web è anche una “maledizione”?

Era il 6 agosto del 1991 quando il CERN pubblicò il primo sito Web della storia. Internet era solo un insieme di documenti statici, utilizzato da organizzazioni di difesa e comunità scientifica per condividere documenti. Il 30 aprile 1993 il CERN decise di mettere il WWW (World Wide Web) a disposizione del mondo, gratuitamente, dando il via alla più grande rivoluzione dell’era moderna: la rivoluzione digitale.

Da allora internet è diventato uno strumento del quale non possiamo fare a meno, specie quando si tratta di Social Network. Ecco che, ventotto anni dopo, precisamente il 4 ottobre 2021, un crash di Instagram, FaceBook e Whatsapp, ci pone di fronte a un dilemma shakespeariano: Essere o non essere?. O meglio: “Io ci sono, senza te?”, dove “te” non è una persona in carne e ossa, ma la rete di voci, immagini e suoni virtuali che popolano i nostri istanti.

Miliardi di persone al mondo sono entrate in panico a partire dalle 17 circa di quel lunedì nero che resterà nella storia. Ci sono state conseguenze a tutti i livelli: sociali, commerciali, economici. Umani. Anni di pensieri, immagini, contatti, comunicazioni, smarriti per ore. Le nostre esistenze digitali – e non solo – bruscamente interrotte. Allora la risposta alla domanda “Io ci sono, senza te?” la dobbiamo trovare.

Se da una parte i social media rappresentano uno spazio che può farci sentire meno soli, che ci permette di chiedere aiuto, di lavorare, di condurre campagne sociali, di restare nel mondo, se pur virtuale, durante un lockdown, dall’altro lato ci sono zone d’ombra che non possiamo sottovalutare, a partire dall’Internet Addiction Disorder, la dipendenza da internet.

Mi viene in mente l’Homo Videns incapace di un’attività simbolica che distanzia l’uomo dall’animale e dà senso e valore alle cose oggettive del mondo, di cui parla il politologo Giovanni Sirtori. Nel down dei social di ottobre non abbiamo cercato la voce dell’altro al telefono o il contatto fisico. Ci siamo istericamente riversati su altri social. Come se l’Io, nella realtà oggettiva, fosse assente, disintegrato, inesistente. Come se fosse percepito concreto solo nella realtà virtuale del web, dove, però, ogni limite fisico, morale, filosofico, è superato. A dire:

fino a che non condivido, non solo non riconosco me stesso, ma neanche quello che accade di fronte ai miei occhi. Che non è solo immagine da trasmettere, ma esperienza, in alcuni casi tragedia che viene catapultata senza pietà in rete per un pugno di like. Obiettivo: alimentare l’ego-ismo. Posto, ergo sum. Lo stesso meccanismo di chi fa mille battaglie sui social, e che poi, quando è il momento di agire, di andare in piazza, di esprimere un voto, scrive: “Ci sono con il cuore” (con tanto di icona). La coscienza è salva. La realtà oggettiva no.

Ma l’identità digitale scollata da quella reale e dalla realtà non è l’unico problema su cui riflettere. Internet nel 1993, quando è nato, era uno spazio libero. Oggi lo paghiamo a caro prezzo. La moneta di scambio sono i nostri dati personali e la libertà. Sul web facciamo tutto: organizziamo viaggi, effettuiamo operazioni finanziarie, acquistiamo prodotti, lavoriamo, studiamo, troviamo svago. Grazie a questo magico “mondo nel mondo” entriamo in contatto con chi si trova all’altro capo del globo. Tutto è a portata di clic. Bellissimo! Se non fosse che quel clic è un valore economico, come ben spiega il docudrama di Netflix “The Social Dilemma”.

Non dobbiamo dimenticare che i social sono governati da aziende private il cui primo interesse è il profitto. Il nostro clic è il prodotto. Lo è la nostra attenzione. Perfino le nostre idee. Lo siamo noi. Ecco che le mie ricerche su Google non daranno gli stessi risultati delle tue, gli algoritmi ci profilano individualmente per offrirci quello che un’intelligenza artificiale ritiene ci possa “rapire”, agevolando acquisti che forse non avremmo fatto.

Le informazioni che riceviamo influenzano anche le nostre scelte esistenziali e politiche. Guardare i video consigliati da YouTube in base alle nostre scelte, può risucchiare dentro una bolla di realtà soggettiva dove il concetto di verità è messo a dura prova e il rischio di radicalizzarsi in posizioni estreme elevato.

Frances Haugen, ex product manager di Facebook, afferma che il social sarebbe consapevole della facilità con la quale si possano veicolare odio, violenza e disinformazione, ma non farebbe nulla in merito. Nel 2017 gli account falsi erano circa 270 milioni e dietro di essi si nascondono persone che in rete riversano il peggio di sé.

E questo, come afferma Umberto Eco, è un “dramma”, perché è forte il rischio di promuovere “lo scemo del villaggio a detentore della verità”. Ma c’è un altro dramma, molto più rilevante. Quello degli adolescenti, che, nella rete, possono restare intrappolati con ripercussioni devastanti sulla realtà.

Un’inchiesta del Wall Street Journal su Instagram, ha rilevato che tra gli adolescenti che hanno pensato di togliersi la vita, il 13% dei britannici e il 6% degli statunitensi hanno ricondotto questa idea al noto social di immagini. Le più a rischio sono le ragazze che non riescono a raggiungere gli ideali di bellezza proposti. E qui un ruolo determinante potrebbero averlo le Influencer che, consapevoli dell’uso di Instagram da parte di bambine e adolescenti, potrebbero aiutarle a trovare la bellezza nei loro difetti.

All’inizio di The social dilemma, si legge una frase si Sofocle: “Niente di così importante entra nelle vite dei mortali senza portare con sé una maledizione”. Allora, tenuto conto delle implicazioni sociali, economiche, politiche, individuali che hanno questi media nelle nostre vite, dobbiamo affrontare il dilemma etico. Occorre ragionare concretamente su questa “maledizione” e neutralizzarla.

Barbara Benedettelli per la rivista Terzo Grado di Dicembre (Mediolanum Editori)