I negazionisti del Maschicidio. “La Verità”

 

Oggi basta una parola per cancellare democrazia, deontologia e libertà di espressione: negazionismo. Chi ha dubbi sull’origine del COVID non cerca la verità, è un negazionista. Chi li ha su alcuni passaggi del disegno di legge Zan, nega i diritti degli omosessuali.

Chi, come me, da anni impegnata a tutelare tutte le vittime di violenza, osa chiedere attenzione anche verso quelle maschili delle relazioni affettive e sentimentali e scrive due saggi sul “maschicidio”, è definita negazionista del femminicidio e violentemente discreditata.

Una testata autorevole come il Sole24Ore ha pubblicato un articolo in cui cita il mio lavoro per accendere luce su un lato un po’ in ombra della violenza in coppia e poche ore dopo, davanti all’incazzatura ideologica delle femministe della rete Di.Re. – che ha sostanzialmente definito il mio lavoro una fake news senza averlo mai letto -, lo modifica integralmente. Non più una richiesta di attenzione verso l’altro lato della medaglia ma l’ennesima affermazione che le donne sono più vittime delle altre. Poi va oltre con un post sui social network, dove si afferma che i dati della fonte Benedettelli “proponevano una lettura del fenomeno non corretta” esponendomi a un violento shitstorm (una “tempesta di merda” digitale).

Criticare si può, anzi, si deve, in modo costruttivo, di fronte a temi così importanti. Censurare no, in democrazia non si può. Nè si può screditare una persona e il suo lavoro, come è stato fatto violentemente con me. 

Allora ristabiliamo la verità.

La mia non è una lettura scorretta del fenomeno, è una diversa lettura culturale e scientifica già ampiamente studiata e applicata in altri paesi. I dati da me forniti ai giornalisti del quotidiano, su loro richiesta, non riguardano il 2018 e non arrivano dal Viminale, come da loro erroneamente scritto, bensì provengono dalla mia indagine indipendente Violenza domestica e di prossimità, i numeri oltre il genere nel 2017, costruita a partire dalle testate locali e nazionali. Stesso metodo utilizzato da fonti ritenute autorevoli quali La 27 Ora, In quanto donna ecc.. La differenza è che loro raccolgono solo i casi con Vittime femminili, io non faccio distinzioni e li raccolgo tutti. Poi, come mi è concesso dall’articolo 21 della Costituzione italiana, li analizzo e ne traggo una opinione che condivido, con la finalità di aprire un sano discorso pubblico su un problema sociale che riguarda tutti.

Attraverso la cronaca nera il mio report mostra un quadro che impone quantomeno un approfondimento empirico istituzionale, una valutazione delle attinenze tra violenza maschile e femminile, e di quella presente in tutte le relazioni interpersonali più significative. Proprio in queste ultime abbiamo il maggior numero di vittime:

esclusi gli omicidi in ambito criminale, dalla lettura della cronaca nera ho individuato ben 236 persone, sulle 355 indicate dal Viminale, uccise in famiglia, in coppia, tra amici, vicini di casa, colleghi di lavoro. Le vittime femminili sono 120, le vittime maschili sono 116.

 

Un allarme c’è: oggi all’interno delle relazioni interpersonali significative (Ris) uomini e donne muoiono di morte violenta più che in ambito criminale. Vale la pena parlarne?

Dall’analisi sulle varie fonti mainstream è emerso che molte uccisioni di donna nei suddetti ambiti sono state inserite nella categoria femminicidio, compresi gli omicidi il cui assassino è uno sconosciuto: nel 2017 sono morti 17 uomini e 5 donne, scelti non in quanto tali ma in quanto vulnerabili, infatti si tratta perlopiù di giovanissimi e anziani.

Però, inserire le donne nella categoria femminicidio indipendentemente dal rapporto vittima/carnefice e dal movente è una deviazione culturale e una mistificazione che non permettono di individuare le corrette politiche di prevenzione. Ecco perché la mia indagine va a scomporre il numero totale per ambito:

Affettivo/Familiare (40 vittime femminili, 40 vittime maschili); Sentimentale/Passionale (62 vittime femminili, 37 vittime maschili); Prossimità (14 vittime femminili, 39 vittime maschili). Di autori e vittime si rilevano nazionalità, età, moventi, tipo di relazione, genere, precedenti penali. Davvero è un’indagine parziale come sostenuto?

 

Vediamo cosa è emerso sul piano sentimentale, tenendo conto che il neologismo maschicidio è necessario nella misura in cui lo è quello opposto per dare dignità alle vittime e renderle visibili sul piano sociale e politico. E che ci sono differenze legate ai ruoli di genere e un’importante analogia, il movente di matrice patriarcale. Che, però, non è dominante nel complesso delle Ris.

I dati che seguono non tengono conto di 4 donne uccise perché all’epoca dell’indagine non si conoscevano l’autore o il movente e non era possibile catalogare queste morti; e i 4 uomini italiani uccisi all’estero.

Su 62 uccisioni di donne in coppia, nella categoria femminicidio ho inserito i delitti in cui erano presenti maltrattamenti pregressi e prolungati o il cui movente è ricondotto al senso di possesso, le vittime sono 42, in linea con i 41 casi indicati dalla Polizia di Stato nell’indagine “…questo non è Amore” relativa al 2017.

 

Su 37 uomini uccisi, nella categoria maschicidio sono stati conteggiati i delitti con lo stesso movente: 5 uccisi dalle compagne, 1 dal compagno, 20 da un rivale in amore. Omicidi, questi ultimi, che possiamo definire dell’onore o del possesso: uccidere il nuovo compagno della donna che ha “osato” sostituire l’ex con un altro equivale a ristabilire il principio di proprietà su di lei. È accaduto nei primi mesi del 2021 a due giovani uomini, Daniele Tanzi, 18 anni e Gianluca Coppola, 27 anni.

 

Le loro morti non sono meno scandalose di quelle di donne uccise a causa degli schemi culturali inconsci del passato.

Tutti gli altri delitti accaduti in ambito di coppia, per correttezza formale li ho definiti coniunxcidi, da coniuge, perché l’attuale termine giuridico uxoricidio riguarda solo le mogli. I moventi hanno a che fare con burnout, depressione, violenza reciproca, futili motivi, psicosi ecc.. Le vittime femminili sono 20, le vittime maschili sono 11, tra cui una in coppia omosessuale. Se confrontiamo il numero totale degli uomini uccisi dalle loro donne nel 2016 – presenti nel mio saggio “50 sfumature di violenza” – con quelli del 2017, il trend è in crescita: 12 contro 15.

Per quanto riguarda i maltrattamenti femminili i dati me li ha forniti il centro antiviolenza Ankyra di Milano:

tra marzo 2020 e marzo 2021, periodo che include il lockdown, si sono rivolti al centro 205 uomini dai 15 agli 85 anni, contro i 106 dell’annualità precedente. Negli ultimi 5 anni e mezzo il 63% ha chiesto aiuto per maltrattamenti fisici, l’88% per maltrattamenti psicologici, il 19% per stalking, e non mancano violenza economica e sessuale.

 

Certo, i numeri sono inferiori rispetto a quelli delle donne, ma in un paese civile ogni singola vita umana deve contare. Se non è così perché si ritiene che gli uomini, in quanto tali, non possano che essere carnefici, si conferma la necessità di parlare di maschicidio.

La stessa Convenzione di Istanbul, pur mettendo in primo piano la tutela della donna, riconosce che ”anche gli uomini possono essere vittime di violenza domestica”. Dovrebbe pertanto essere applicata anche per loro.

Ma in Italia c’è una povertà teorica, condita da violenza politica, da parte di chi, sostenendo a spada tratta il femminicidio, nega o riduce le altre cause, le responsabilità femminili e il fenomeno opposto. Complice la semplificazione mediatica e la censura, provata sulla mia pelle, diventa allora impossibile estirpare tutte le radici di una violenza che è sempre più radicale.

Barbara Benedettelli ringrazia il quotidiano La Verità per averle permesso di difendere la propria persona, il proprio lavoro e una causa sociale, da diffamazione, discredito e shitstorm.

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