25 novembre 2021: senza rigore non si sconfigge nessuna violenza

 

Oggi, nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, faccio un appello.

In tutto il mondo, mentre gli uomini vengono uccisi per lo più da sconosciuti nell’ambito della criminalità comune o organizzata, le donne sono assassinate prevalentemente nelle relazioni intime.

Per studiare questo fenomeno è stato coniato il neologismo femminicidio.​ ​Un termine che ha ragione di esistere in quanto​ ​categoria criminologica e sociologica quando c’è violenza fisica, sessuale, psicologica sistematica, ma anche politica, economica e istituzionale.

L’antropologa messicana Marcela Lagarde lo ha utilizzato nel 2004 per attirare attenzione mediatica sulle centinaia di brutali violenze verso le donne di Ciudad Juárez, nella regione del Chihuahua, al confine tra Messico e Stati Uniti.

Qui, dal 1993, studentesse e operaie tra i 13 e i 22 anni vengono stuprate, torturate e uccise nel silenzio delle istituzioni. Silenzio che, nel 2009, è costato al Messico una condanna della Corte Interamericana dei Diritti dell’Uomo con la sentenza di “Campo Algodonero”, dove si cita per la prima volta il termine femminicidio, quale omicidio di una donna basato sul genere.​

E’ opinione della studiosa messicana che la cultura, attraverso una proiezione permanente di spiegazioni che legittimerebbero la violenza sulle​ ​donne, rafforzerebbe la concezione per cui è naturale, dunque inevitabile. Tutto questo accade ancora oggi in alcuni paesi del mondo. Ed è un dovere morale denunciarlo e combatterlo.

Possiamo dire sia così in Italia? Nel nostro paese non c’è alcuna legittimazione né istituzionale, né sociale. C’è invece una forte condanna politica e mediatica. Che però non si limita a quegli uomini, rari, che vivono le donne come oggetti da sfruttare e buttare via, ma a tutto il genere maschile. Non solo.

Nel nostro paese si inserisce nella triste conta dei femminicidi ogni uccisione violenta di donna, indipendentemente dal rapporto vittima/carnefice e dal movente. Quella di Concetta Di Pasquale, uccisa a bastonate dal marito può essere considerata un femminicidio: “Mi ha picchiata per cinquant’anni”, ha detto ai carabinieri prima di morire. Non lo sono, per esempio, le morti di Jennifer Francesca Krasniqi, 6 anni, soffocata lo scorso gennaio dalla mamma che poi ha dato fuoco alla casa per nascondere il delitto; e quella di Giovanna Gamba, uccisa dal figlio affetto da problemi psichiatrici e con un passato di tossicodipendenza e alcolismo.

Eppure troviamo i loro nomi nella tragica lista di un noto e autorevole blog. Una mistificazione, dannosa al fine di individuare le corrette politiche si prevenzione.

Attenzione, non intendo svalutare il termine e ciò che rappresenta! Ma credo che si debba ristabilirne i confini. Occorre rigore. Se il numero delle donne uccise all’interno delle relazioni intime è stabile negli anni, significa che stiamo sbagliando qualcosa.

Senza una revisione dell’approccio al fenomeno, che tenga conto dei mutamenti sociali sempre più rapidi e repentini, delle altre cause e delle diverse responsabilità, la violenza, con la sua quantità infinita di sfumature, si espande come un virus letale. E non risparmia nessuno.

Ecco perché occorre agire con “la bilancia dell’orafo”: cioè con scrupolosa e rigorosa esattezza. E con un salto etico che impone di superare il confine dell’ideologia e degli interessi particolari.

Come sostiene il filosofo Edgar Morin ne I sette saperi necessari all’educazione del futuro, “se può esserci un progresso di base nel XXI secolo, sarà quello per cui gli uomini e le donne non saranno più vittime incoscienti non solo delle loro idee, ma anche delle menzogne nei confronti di sé”.

Barbara Benedettelli