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Vittime della strada, militanti della memoria

Vittime della strada, militanti della memoria dei loro cari perché non accada ancora. 

Nella giornata mondiale in memoria delle Vittime della strada si prenda coscienza che delle loro tragedie non si può smettere di parlare. Non si smetta di dare voce ai familiari delle migliaia di vite interrotte sull’asfalto.

Sono state 3378 nel 2017 le persone che hanno lasciato genitori, fratelli, sorelle, costretti a vivere l’ergastolo del dolore, Vittime anche loro della superficialità umana.

E lo scrivo con la V maiuscola, per sottolineare il valore “unico” di una condizione invalidante causata dalla generalizzata mancanza di consapevolezza che un mezzo di trasporto è un’arma bianca.

Che una distrazione, o la mancata osservazione di una regola stradale che c’è per salvare le nostre vite, ammazza più della cattiveria e della follia. Più di quel sottile e velenoso fastidio che molti ormai provano verso la vicinanza dell’altro e che si traduce, quando non uccide, in mancanza di rispetto per chiunque e per qualsiasi cosa.

Come per le regole di quella strada che dal 2007 al 2017 compresi, in Italia ha visto la morte di 72.978 persone. Un numero che non ci mostra volti, vite, storie, ma un’idea netta, fredda, lucida, di una realtà catastrofica che ognuno di noi ha il dovere di fermare.

Una tragedia collettiva, di grande impatto sociale, eppure tristemente – e irresponsabilmente – sottovalutata. Non c’è morte più socialmente accettata di questa dove la colpa ricade sul caso, sul destino, sulla fatalità, su qualche cosa che agisce fuori di noi, senza di noi, contro di noi. E in parte è vero.

Ma in gran parte no. Non si può prevenire lo scontro causato da una persona alla quale viene un infarto mentre è alla guida, questo sì un tragico incidente. Ma se si ammazza qualcuno, o lo si rende invalido perché si è passati con il semaforo rosso, non si sono rispetti i limiti di velocità, si sono fatti sorpassi azzardati o si stava guardando un messaggio al cellulare, non si è provocato un incidente.

La colpa non è del caso, è dell’individuo, che si è assunto il rischio concreto di conseguenze irrimediabili. Che ha violato il diritto alla vita o all’integrità psico-fisica di chi, e qui sì il caso gioca invece un ruolo importante, ha incrociato la sua strada.

Martin Luther King diceva che la mia libertà finisce dove comincia la tua. Un concetto che è alla base di una società che può dirsi civile e che oggi sembra attraversare una fase di regressione e imbarbarimento.

Oggi la libertà di trasgredire viene osannata in ogni campo, verso le regole, anche quelle favor vitae quali sono quelle della strada, c’è un’indifferenza largamente condivisa e tollerata, che è anche indifferenza verso la vita dell’altro nel quale non ci riconosciamo mai.

Contro questa indifferenza occorre rendere note le condanne perché abbiano valore deterrente oltre che retributivo. Ma ancora prima deve essere reso visibile il dolore scarnificante delle Vittime, testimoni loro malgrado di quelle conseguenze che potrebbero colpire ogni utente della strada in qualsiasi istante. Nessuno escluso.

E allora i genitori di un ragazzo o una ragazza strappati prematuramente alla vita dall’imbecillità, l’incoscienza, la sfrontatezza e l’arroganza altrui, possono avere un ruolo salvifico. E’ necessario si facciano militanti della memoria dei loro cari e dell’orrore che li ha spezzati.

Se riescono ad accettare questo ruolo, possono mostrare senza filtri l’effetto nefasto di quell’indifferenza e di quella libertà vigliacca che legata a un crescente senso di onnipotenza non porta solo a distrugge le vite altrui, ma anche la propria. E possono salvare altre vite, dando continuità, e una ragione, a quella perduta dei loro figli.

Ma per poterlo fare le Vittime non devono essere abbandonate al loro destino dalla società, né dalle Istituzioni, che devono prenderle in carico per un reinserimento sociale che non può esistere solo per i rei e le loro famiglie.

Se davvero vogliamo impedire che queste tragedie non si ripetano più, nessuno può voltarsi dall’altra parte. Nessuno può pensare che le cose brutte accadano solo agli altri e allora chissenefrega. La vita, ogni vita, va rispettata e tutelata in sé.

E non va mai dimenticato che, da un’altra prospettiva, gli altri siamo noi.

Barbara Benedettelli

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