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Violenza domestica, la nuova legge

Memoria agli atti delle Commissioni riunite Giustizia e Affari Costituzionali, consegnata nell’ambito dell’indagine conoscitiva sul D.L. 1540

CONSIDERAZIONI, VALUTAZIONE DELLE MANCANZE E SUGGERIMENTI PER MIGLIORARE LA PARTE DEL D.L. 93/A.C. 1540 CONCERNENTE LA PREVENZIONE E IL CONTRASTO DELLA VIOLENZA DI GENERE

 

In queste pagine la “V” maiuscola utilizzata per la parola Vittima è una scelta che sottolinea il valore “unico” di una condizione immeritata, non voluta, di grande e durevole sofferenza. Dobbiamo a queste persone un rispetto che, ancora oggi, non c’è.  

 

La parola femminicidio descrive un FENOMENO ovvero: una manifestazione della realtà che va considerata nel suo svolgimento temporale, dunque nelle sue modificazioni qualitative e quantitative, e che per questo può essere studiata e compresa, al fine di prevenire i comportamenti che precedono il delitto (atti e reati anticipatori). Si tratta di un fenomeno strutturale che ha bisogno di politiche costanti, in funzione di ciò riteniamo che il D.L. 93/A.C. 1540 non può essere considerato risolutivo.

Tuttavia, posto che per contrastare con efficacia la violenza di genere e la violenza domestica (femminicidio) occorre predisporre e mettere in atto un piano globale di contrasto, e che il provvedimento in esame, in cui si trattano temi diversi tra loro senza approfondirne alcuno, non è sufficiente a regolare in modo organico e coordinato neanche il solo quadro normativo penale, siamo dell’idea che tale provvedimento sia un passo avanti da non sottovalutare né condannare a priori, in quanto, trattandosi di provvedimento d’urgenza che non necessita del lunghissimo iter di ogni normale Disegno di Legge, può rendere esecutive le norme che contiene in tempi brevi, migliorando da subito una situazione che sembra senza via d’uscita.

Il femminicidio è un fenomeno articolato che si sviluppa su più piani: sociale, culturale, morale, etico, politico, penale, civile, religioso, economico. Il suo culmine può essere l’omicidio, ma è fondamentale comprendere e fare comprendere alla popolazione che si realizza anche quando non si arriva alla soppressione fisica della persona. Il termine che definisce il fenomeno può o no piacere, ma ha la capacità di radunare in sé “un mondo” che deve essere reso visibile. Pertanto, per accrescere l’efficacia delle norme previste dal D.L, occorre agire in parallelo e con la stessa urgenza su tutti i punti previsti dalla Convenzione, che mostra un quadro completo del fenomeno.

In particolare ci preme evidenziare la necessità di procedere in contemporanea con:

  • (art.12; 10; 14 Conv) – la promozione di “cambiamenti nei comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini;
  • (art. 14 comma 1 Conv.) – inclusione nei programmi scolastici di ogni ordine e grado di materiali didattici appropriati al livello cognitivo, su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, l’educazione emotiva, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all’integrità personale;
  • (art.15 comma 1 Conv.) – un’adeguata formazione delle figure professionali che si occupano delle Vittime in materia di accoglienza delle Vittime, prevenzione e individuazione di tale violenza, uguaglianza tra le donne e gli uomini, bisogni e diritti delle Vittime, e su come prevenire la vittimizzazione secondaria;
  • (art. 4 comma 2 parte terza Conv.) – l’abrogazione delle leggi e le pratiche che discriminano le donne (in particolar modo le regole sul lavoro);
  • (art. 4 comma 2 parte seconda Conv.) – modifiche costituzionali che stabiliscono il principio della parità tra i sessi, e la tutela delle Vittime di ogni forma di violenza durante il procedimento penale, garantendo l’effettiva applicazione di tali principi.

La violenza sulle donne presenta numerosi aspetti che hanno come filo conduttore la volontà, da parte del maltrattante, di mantenere il controllo sulla Vittima, mettendo in atto vere e proprie strategie come la denigrazione, l’intimidazione, la minaccia anche semplice ma ripetuta, la dipendenza economica, l’isolamento da parenti e amici, il controllo ossessivo sul modo di vestire e sugli spostamenti, le percosse, l’ingiuria, le lesioni e gli atti persecutori. Atteggiamenti che precedono sempre, in caso di violenza di genere e soprattutto domestica, l’omicidio. Ed è proprio verso gli atti e i reati anticipatori (all’apparenza lievi o irrilevanti) che bisogna agire con sanzioni altamente deterrenti.

Mentre cala nel corso del tempo il numero degli uomini uccisi, resta stabile o aumenta il numero delle donne uccise nell’ambito della relazione sentimentale. Sul totale degli omicidi a danno di donne il 70% sono stati commessi da compagni, spasimanti respinti o ex. Dalle 101 Vittime del 2006 siamo passati alle 124 del 2012, dato al quale vanno aggiunti i tentati omicidi, le violenze sessuali e gli stupri di gruppo che sono in costante aumento.

Se 7 donne uccise su 10 avevano denunciato da una a più volte per molestie, minaccia, violenza privata e stalking chi poi le ha ammazzate, o le leggi sono inadeguate a proteggerle o questo tipo di violenza è tollerato e non si dà il giusto peso a quegli atti anticipatori che sono a torto ritenuti, anche dai magistrati giudicanti, “semplici ritorsioni fra coniugi o bravate”. Oppure c’è una mancanza di informazione e preparazione degli operatori, che non sanno riconoscere il fenomeno.

Di certo manca un coordinamento centrale. La capacità attuale d’intervento non risponde a criteri di capillarità territoriale ma è presente a macchia di Leopardo, ci troviamo dunque nella situazione in cui alcune donne si salvano perché protette immediatamente e altre invece muoiano nonostante le numerose denunce, perché non c’è stata la capacità d’intervento delle istituzioni. Di fianco a procure che non funzionano troviamo quelle eccellenti, come per esempio a Torino, dove “la comandante vicaria per la sicurezza urbana Paola Loiacono ha colto al volo la possibilità di avere soldi da un bando pubblico e si è inventata il progetto «Care and investigation». Un protocollo che aiuta, tra gli altri, carabinieri e polizia ad accogliere e trattare nel modo corretto la Vittima di violenza. Porti la divisa e si presenta davanti a te una donna che afferma di essere stata minacciata, picchiata, maltrattata, perseguitata? Il protocollo ti accompagna in quello che devi dire e non dire, quello che devi fare oppure no, come acquisire le fonti di prova, come scrivere il verbale, come qualificare il reato, come trattare una persona che si trova in difficoltà (27esimaora/corriere.it). Ovvio che quanto avviene a Torino dovrebbe essere la norma in ogni comune, anche grazie al Fondo Sociale Europeo.

 

VIOLENZA ECONOMICA 

Uno degli aspetti del femmincidio che non è stato preso nella giusta considerazione dal D.L. in esame – e che invece è di fondamentale importanza per il contrasto e soprattutto per la prevenzione – è, insieme alla violenza piscologica, la violenza economica. Basi della maggioranza dei casi di violenza domestica.

E’ auspicabile specificare nel D.L. in esame quando l’una e l’altra si verificano, per aiutare il magistrato a individuarli e punirli in quanto substrato e aggravante dell’intero quadro delittuoso.

Inoltre, per non far sì che le misure previste nel D.L restino lettera morta, riteniamo indispensabile rimuovere immediatamente tutti gli ostacoli che limitano l’occupazione femminile e quelli che permettono la disparità retributiva tra uomini e donne.

Secondo un’indagine IRES le donne guadagnano meno degli uomini a parità di ore di lavoro e mansioni: il 48,9% guadagna meno di 1000 euro contro il 26,8% degli uomini; solo l’8,5% guadagna uno stipendio netto di 1.500 euro rispetto al 20,3% degli uomini; il tasso di occupazione femminile è del 47,2%; 4 donne su 10 lasciano il lavoro dopo la prima gravidanza e il così detto lavoro atipico vede impegnate in maggior parte le donne, che tra l’altro spesso se gravide vengono licenziate.

A nulla serve aiutare la donna a uscire dalla ragnatela della violenza maschile attraverso una maggiore repressione del codice penale, il potenziamento dei centri antiviolenza e delle case protette ecc. se non le si dà l’opportunità concreta di essere economicamente autonoma – come prevedono l’art.1 comma 2 e l’art. 18 comma 3 della Convenzione di Istanbul (Conv.), e come ha riaffermato il Trattato di Lisbona inserendo il principio di eguaglianza tra donne e uomini tra i valori ( Art. 2 TUE) e tra gli obiettivi ( Art. 3 par.3 TUE) dell’Unione.

Premesso ciò, suggeriamo di affiancare al D.L. quanto segue:

  • prevedere un ufficio di collocamento per donne Vittime di violenza domestica e prive di lavoro;
  • promuovere l’accesso al periodo di astensione lavorativa per entrambe i genitori almeno fino al primo anno di vita dei figli;
  • potenziare l’offerta pubblica e privata degli asilo nido e gli incentivi per gli asili condominiali e sul luogo di lavoro;
  • obbligare, per via legislativa, la parità degli stipendi prevedendo multe per i datori di lavoro che discriminano le donne.
  • inserire la violenza economica tra le aggravanti per i seguenti reati: 572 c.p.; 612 c.p.; 575 c.p.; 56 c.p.

 Le donne hanno il diritto di avere un trattamento economico eguale a quello degli uomini, di non essere incluse in un cliché riduttivo, di poter scegliere quale strada percorrere nella loro esistenza senza condizionamenti. Ma in un Paese che è stato definito dall’ONU maschilista e patriarcale, è necessario intervenire anche sulla Costituzione, dunque sui principi. Suggeriamo, per contrastare la violenza economica e la disparità tra i sessi, e in ottemperanza dell’obiettivo dell’UE di cui sopra e dell’Art. 4 comma 2 parte prima Conv., la revisione degli articoli costituzionali 36 e 37:

  • MODIFICA SUGGERITA DELL’ARTICOLO 36 DELLA COSTITUZIONE: 

“Il lavoratore e la lavoratrice hanno diritto ad una retribuzione eguale e proporzionata alla quantità e qualità del loro lavoro” 

  • MODIFICA SUGGERITA DELL’ARTICOLO 37 DELLA COSTITUZIONE:

Le condizioni di lavoro devono assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione, in particolare nei primi mesi di vita della prole fino a svezzamento avvenuto. La madre o il padre lavoratori hanno il diritto, regolato dalla legge, a un periodo eguale di astensione retribuita durante tutto il primo anno di vita della prole.

La madre e il padre hanno il diritto/dovere di condividere la responsabilità e la cura della prole e della gestione familiare. 

La maternità e la paternità non devono rappresentare un ostacolo all’ingresso nel mondo del lavoro o al mantenimento del posto conquistato. 

E’ compito della Repubblica sostenere i genitori lavoratori attraverso il potenziamento dell’offerta pubblica e privata di asili nido e scuole dell’infanzia.  

La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.

La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.

VIOLENZA PSICOLOGICA

Un’altra forma di violenza non presa nella giusta considerazione dal D.L. è la violenza psicologica. La violenza sulle donne in ambito domestico e nelle relazioni amorose presenta numerosi aspetti che hanno come filo conduttore la volontà, da parte del maltrattante, di mantenere il controllo sulla partner. All’interno della relazione vengono messe in atto vere e proprie strategie finalizzati ad esercitare il potere sulla donna: denigrazione, intimidazione, minaccia, tutti elementi che portano la persona che ne è oggetto a uno stato psicologico di intensa sofferenza. Alla Vittima sono negate la libertà, l’autonomia, l’autostima e l’autodeterminazione.

La strada dalla violenza psicologica a quella fisica è breve, bisogna dunque agire con fermezza e severità già in questa fase.

Suggeriamo che:

  • La violenza psicologica sia considerata un’aggravante, come prevede la Conv. all’art. 46 lettera h, per tutti i delitti previsti dalla Convenzione compresi l’omicidio e il delitto tentato;
  • Alla persona che denuncia la violenza psicologica, deve essere richiesta una diagnosi si sindrome post-traumatica (P.T.S.D.) – che ha rilevanza legale – specie quando le violenze avvengono in mancanza di testimoni. Si tratta di un test dettagliatissimo riconosciuto dal manuale dei criteri diagnostici (DSM-|V-TR) in cui sono classificate le malattie psichiatriche e psicologiche. Se il test risulta positivo vale come prova. Ad esso inoltre si può far seguire un trattamento psicologico sulla Vittima, che le permette di superare i traumi e di recuperare l’equilibrio emozionale necessario a riprendere in mano la propria esistenza.
  • Siano previste sanzioni anche pecuniarie severe, in base all’escalation e alla gravità dei reati anticipatori che sono riferiti a violenza psicologica (da inserire dettagliatamente nel codice con l’aiuto di un esperto).

Un esempio: una minaccia del tipo “se mi lasci te la faccio pagare”, di per sé ha un rilevo penale praticamente inesistente, poiché trattasi di minaccia semplice e generica. La pena prevista è una multa fino a 51 euro che a nostro avviso va elevata a non meno di 500 euro. Se la minaccia è del tipo: “se mi lasci ti rompo una gamba”, la pena attualmente prevista è della reclusione fino a un anno (cioè niente, visto che se non hai precedenti penali c’è la sospensione condizionale). E il niente non può essere considerato dissuasivo, educativo, preventivo. In questo caso è auspicabile eliminare la sospensione condizionale della pena ed inserire una sanzione pecuniaria non inferiore ai 1500 euro. Bisogna inoltre valutare la gravità dell’affermazione in concorso di altri elementi. Questa minaccia, ove ci sono già altri indizi di violenza psicologica, economica o ingiurie e percosse, assume un valore di enorme gravità e va represso con convinzione, anche alla luce dei numerosi casi in cui le minacce sono state portate a compimento, nell’indifferenza delle Istituzioni. In questo caso la minaccia deve essere considerata aggravante nei delitti previsti dalla Convenzione, compreso l’omicidio e il delitto tentato, e ad essa deve seguire un’indagine scrupolosa e la protezione immediata della Vittima e della sua famiglia;

  • Per ingiurie, minacce, denigrazione, diffamazione, all’interno di un rapporto di coppia o di una relazione sentimentale anche cessata, occorre prevedere (in aggiunta ad altri provvedimenti) una sanzione pecuniaria elevata e dissuasiva  non inferiore ai 1500 euro;
  • Valutare l’allontanamento del maltrattante dai figli (anche con dispositivi di controllo elettronici) quando è presente la minaccia aggravata, ma anche in presenza di  minaccia semplice se in concorso con altri atti anticipatori. Occorre inoltre prendere in seria considerazione anche la minaccia semplice quando ci sono denunce precedenti, anche archiviate o in concorso con l’ammonimento. Si riporta come esempio emblematico il caso Jacovone (il papà denunciato più volte per stalking che ha ucciso i due figli) che insegna l’importanza di predisporre anche l’allontanamento dalla prole e il ricorso a visite protette, e la perdita, anche temporanea, della patria potestà.

 

Spesso alcuni dei comportamenti sopra descritti sono ritenuti da chi raccoglie le denunce e dai magistrati banali litigi, “normali” tensioni fra coniugi” anche se lei “è scossa, esasperata e carica emotivamente” e lui ha messo in atto episodi di “ingiurie, minacce e percosse”. Di fatto ci troviamo, per esempio, a vedere annullata dalla Cassazione una condanna (25138/2010) in Appello comminata a un uomo che ha maltrattato la moglie per tre anni, perché lei “era forte” e “per nulla intimorita dal comportamento del marito”. I giudici della Cassazione in questo modo lanciano un messaggio distorto alla società, che alimenta l’opinione “femminicida” secondo la quale se una donna ha il coraggio di denunciare con forza e dignità i soprusi, “il fatto non sussite”.

Sentenze di questo tipo sono pericolose sul piano della prevenzione, specie quando due condanne hanno confermato la violenza che si è perpetrata addirittura nell’arco di tre anni e non aiutano a modificare quella cultura maschilista secondo la quale della donna si può disporre come si vuole.

Un fatto recentissimo (7 settembre 2013) è accaduto a Milano: un egiziano regolare che lavora in un Bad & Brakfast ha tentato di stuprare una giovane cliente tedesca, in città per motivi di studio. Lo stupro non è riuscito (le molestie che lo anticipano sì) grazie alle urla della ragazza che hanno attirato un cliente dell’albergo accorso in suo aiuto. Chiamati i carabinieri e allertato il magistrato, quest’ultimo ha deciso per la denuncia a piede libero. L’aggressore può tornare al lavoro a “ricevere” altre studentesse. La Vittima è ovviamente traumatizzata, avrà paura d’ora in poi a uscire da sola e si sentirà tradita da un sistema che lascia in libertà un uomo che non è riuscito del tutto nel suo intento solo perché è stato scoperto. I messaggi che scaturiscono dai cattivi esempi riportati sono: 1) l’uomo è autorizzato a maltrattare la compagna, a riversare su di lei ingiurie, minacce e percosse fino a che non si piega alla sua volontà in modo visibile. Solo allora, quando è ormi traumatizzata, a volte in modo irrecuperabile o morta, allora interveniamo; 2) il tentato stupro non è niente, la libertà sessuale dell’uomo è sacrosanta, quella della donna no, fate i bravi da ora in poi, della Vittima e delle potenziali Vittime future chi se ne frega.

Ma c’è di peggio, come la sentenza che recentemente ha visto la Corte d’Appello di Roma rigettare una misura cautelare (il divieto di dimora) fondamentale per la salute psicologica di una tredicenne che ha subito violenza sessuale ripetuta da un vicino di casa. Oppure c’è la sentenza della Corte Costituzionale, altamente diseducativa e lesiva dell’onore e della dignità delle Vittime, che ha ritenuto illegittimo un articolo del C.P.P ( il 275 comma 3 nel caso specifico) affermando che pur essendo lo stupro di gruppo tra i reati “più odiosi e riprovevoli” del nostro codice, “la più intensa lesione del bene libertà sessuale non offre un fondamento giustificativo costituzionalmente valido al regime cautelare speciale previsto dalla norma censurata”.

Di esempi se ne potrebbero portare a migliaia, non ultimo quello relativo alla sentenza dello stupro di gruppo di Montalto ai danni di una minorenne che ha visto i colpevoli, minorenni all’epoca del reato (ma maggiorenni all’atto della sentenza), condannati dopo sei anni dal delitto alla messa alla prova, che sappiamo bene estinguere il reato in tempi brevi. Eppure questi reati dovrebbero rientrare in quella extrema ratio che prevede il carcere perché di enorme disvalore sociale e perché il danno causato alle Vittime è perenne.

E qui apriamo una doverosa parentesi sulla recente conversione del DL 78/2013 in materia di pene detentive non carcerarie e disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili:

Riteniamo che tale provvedimento entri in netto contrasto con la richiesta avanzata dalla Convenzione all’art.7 comma 2 (mettere i diritti umani della Vittima al centro di tutte le misure), all’art. 45 della stessa (garantire che i reati stabiliti conformemente alla presente Convenzione siano punibili con sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive, che tengano conto della loro gravità) e all’art. 16 Conv. comma 2 (le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per istituire o sostenere programmi di trattamento per prevenire la recidiva, in particolare per i reati di natura sessuale). Il D.L Ferranti-Costa, quando applicato a reati ritenuti socialmente odiosi – anche se la condanna edittale è inferiore ai 6 anni ( tra i quali lo stalking, le percosse reiterate, la pedopornografia ecc.) – impedisce la realizzazione del mutamento etico e morale richiesto dalla Convenzione di Istanbul; lede i diritti umani delle Vittime; ha un effetto tutt’altro che dissuasivo sulla cittadinanza; non è rieducativo, specie se non accompagnato da un trattamento psicologico adeguato.

Pertanto, per dare efficacia al D.L. attualmente in esamechiediamo che i reati ivi contenuti (come anche tutti quelli contro la persona e quelli previsti dalla Convenzione) con pena edittale sotto i 6 anni, siano esclusi dalla recente conversione del D.L. in questione, trattandosi di delitti di particolare allarme sociale tanto da richiedere la ratifica di un trattato internazionale che li contrasta e previene, e un provvedimento d’urgenza quale è il D.L. 93/A.C. all’esame. Si chiede inoltre di fare particolare attenzione quando ci sono flagranza di reato, evidenza della prova, recidiva, e in presenza di denunce ripetute anche archiviate. 

Ci preme inoltre sottolineare che ogni riforma e restrizione del codice penale è inutile se ad essa non sono legati, come prevede la Convenzione all’art. 12, programmi rieducativi scissi dalla primalità, dunque in grado di impedire la “rieducazione apparente” che restituisce alla società persone che non hanno compreso il disvalore sociale dei loro gesti e che possono commettere nuovi reati nonostante la “presunzione” che ciò “potrebbe” non accadere.

Esprimiamo la necessità – per rispondere alla richiesta espressa dalla Convenzione all’art. 16 comma 1 e 2, e in ottemperanza alle regole minime delle Nazioni Unite – di avviare, contemporaneamente a quanto previsto dal presente D.L., programmi in grado di stimolare negli autori di reati il senso di responsabilità verso le Vittime e verso la società nel suo insieme, compito che può ben essere svolto progetto Sicomoro, avviato nel 2010 dall’allora Ministro della Giustizia Angelino Alfano. Il progetto Sicomoro va ripreso ed esteso a tutti i colpevoli dei reati contro la persona, con particolare riferimento ai reati regolati dalla Convenzione di Istanbul in quanto si ispira, nel suo approccio metodologico, ai principi della Giustizia Riparativa (Restorative Justice) ovvero a un insieme di pratiche che “valorizzano” la Vittima, ponendola al centro della risposta del reato e, allo stesso tempo, tendono alla responsabilizzazione dell’autore del reato verso le conseguenze del suo comportamento.

La cultura giuridica ha un ruolo fondamentale nel modificare il sistema di valori di una società. Non può esserci nessun cambiamento culturale, morale e sociale se questo non coinvolge anche la magistratura e il legislatore, di cui non fanno parte robot programmati, ma uomini e donne con una visione del mondo e sensibilità proprie. Riteniamo che tutte le parti debbano assumersi la responsabilità piena della legge e della sua interpretazione. Interpretazione che deve essere limitata laddove in gioco ci sono l’integrità pisco-fisica e la vita. La certezza del diritto deve essere il faro che muove ogni uomo e ogni donna che fa e che applica la legge.

I DIRITTI UMANI DELLE VITTIME (Art. 16 comma 3 Conv.)

Per quanto riguarda i diritti umani delle Vittime e il rispetto della loro dignità, auspichiamo che prima o poi si riesca a fare un testo unico nazionale che le riguarda tutte, intanto ci limitiamo all’analisi delle mancanze presenti nel D.L. all’esame, ricordando l’art. 7 comma 2 della Convenzione in cui si afferma che i diritti umani della Vittima devono essere al centro di tutte le misure, e l’art. 18 comma 3, che chiede misure in grado di evitare la vittimizzazione secondaria.

Come Associazione che ha un contatto quotidiano con le Vittime di ogni forma di violenza e soprattutto con i famigliari di chi è stato ucciso (a loro volta Vittime come affermano ONU e UE), sappiamo che la Vittima primaria o secondaria (familiare) del reato percepisce di subire dallo Stato una violenza ancora maggiore di quella ricevuta dal colpevole ogni volta che:

  • la pena non è immediata e non corrisponde alla condanna pubblicizzata – e accettata – a causa di benefici e sconti automatici che dovrebbero essere aboliti per tutti i reati contro la persona;
  • un assassino, un’omicida, un pedofilo, uno stupratore, un compagno violento, anche dopo avere scontato una pena notevolmente inferiore alla condanna pubblicizzata, si avvicina alle Vittime o ai familiari di chi è stato ucciso. E qui chiedono tutti a gran voce che il colpevole, anche dopo avere scontato la pena, sia trasferito in un altro Comune per rispettare il dolore perenne ( lo chiamano ergastolo ostativo del dolore) e la dignità delle Vittime o dei loro famigliari;
  • un Magistrato fa uscire dall’aula del tribunale la Vittima, a volte anche in malo modo;
  • un avvocato difensore cerca di dare la responsabilità alla Vittima per quanto accaduto, nel chiaro tentativo di diminuire l’entità della condanna;
  • un colpevole chiede una libertà anticipata senza avere dimostrato il minimo pentimento nel corso del tempo;
  • a reati gravi contro la persona non corrisponde la pena al carcere o vi corrisponde solo in piccola parte, quando invece il carcere è previsto per reati contro il patrimonio. Questo mette la vita umana a un piano inferiore rispetto al denaro e agli oggetti e risulta insopportabile per le Vittime e per l’intera società. Per cambiare davvero dobbiamo invertire questo processo;
  • il colpevole di un delitto come lo stupro, la pedofilia, l’omicidio stradale, la violenza privata anche tentati, è libero in attesa del terzo grado di giudizio, che a volte avviene dopo 7/10 anni, anche quando c’è flagranza di reato ed evidenza della prova. Casi, questi ultimi, in cui si dovrebbe invece sempre procedere per direttissima, rendendo difficoltoso o inesistente il ricorso in appello (con notevole risparmio per lo Stato) che attualmente serve solo a diminuire una pena già mite o a prescrivere il reato, e infine bisognerebbe prevede sempre il carcere in ogni grado di giudizio;
  • Il reato è stato subito da una persona che si trovava in libertà vigilata; che era libera grazie a un provvedimento d’impunità; che aveva già una condanna alle spalle; che era già stata denunciata almeno una volta per lo stesso delitto o altro ritenuto odioso;

La certezza della pena è una garanzia di libertà indispensabile in ogni società civile, la nostra piano piano si sta imbarbarendo. I cittadini, quelli che non hanno commesso reati, s’intende, vogliono sapere che lo Stato ha più premura verso gli innocenti e un’autorità indiscutibile verso chi fa loro del male. E che le leggi non possono essere infrante senza subire conseguenze adeguate, certe e capaci di “ripagare” il bene sottratto. Quando il bene sottratto è l’integrità fisica, psicologica e morale della persona, o la vita, il prezzo da pagare deve essere una libertà negata senza se, senza ma, senza attenuanti né premi che non fanno bene a nessuno. Per questo sarebbe opportuno aggiungere all’art. 27 della Costituzione (anche per non discriminare la Vittima), oltre al principio di rieducazione del reo, il divieto di tortura e il diritto ad essere trattato con dignità, il dovere di trattare con dignità le Vittime; il principio di retribuzione dalla quale la rieducazione non può scindere, e la garanzia che le pene, pur tendendo alla rieducazione del reo, siano effettivamente espiate.

Per quanto riguarda i diritti civili e umani delle Vittime, ci rifacciamo anche alla Direttiva Europea 2012/29/UE in materia di diritti, assistenza e protezione delle Vittime di reato, e alla Dichiarazione ONU 40/34 del 29 novembre 1985, che riguardano diritti e tutela delle Vittime di tutti i reati e hanno lo scopo di promuovere una cultura del rispetto per la Vittima fuori e dentro il procedimento penale. La Vittima ha il diritto di essere trattata con rispetto e considerazione, il diritto alla dignità, alla vita, all’integrità fisica e psichica, alla libertà e alla sicurezza. Si fa notare che la Direttiva 2012/29/UE, che sostituisce la decisione quadro 2001/220/GAI sulla stessa materia, dovrà essere recepita dagli Stati membri entro il 16 novembre 2015. La direttiva figura nell’allegato B della Legge di delegazione europea 2013 (Legge 6 agosto 2013, n 96).

Chiediamo a queste Commissioni e al Governo di fare un passo avanti rispetto a quanto proposto dalla Convenzione di Istanbul, per andare incontro alle Direttive di cui sopra e alla Dichiarazione ONU, inserendo tra le Vittime vulnerabili anche i familiari stretti delle persone che vengono uccise.

Spesso le famiglie si trovano ad affrontare il dopo in totale abbandono, eppure la loro esistenza è stata completamente stravolta. Non è violenza quella che subisce una madre a cui ammazzano una figlia? Per loro il dopo è, come affermano spesso, un ergastolo senza sconti mentre ciò che vivono nell’arco del procedimento penale lo descrivono come una tortura quasi più devastante della tragica perdita. Affrontano il procedimento penale in totale solitudine, con addosso il dolore più grande che un essere umano possa sopportare: la perdita di un figlio o di una figlia, di una madre o di un padre, a causa dell’abuso di libertà altrui. Il senso d’impotenza è grandissimo di fronte a un sistema che schiaccia la seconda volta la vita di una persona che non può più difendersi se non attraverso i suoi discendenti, che devono essere messi nelle condizioni di restituirle, nell’arco del processo, dignità e umanità.

Nella Convenzione (art. 42 comma 1), si afferma che devono essere adottate misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che nei procedimenti penali intentati a seguito della commissione di qualsiasi atto di violenza, che rientra nel campo di applicazione della stessa, la cultura, gli usi e costumi, la religione, le tradizioni o il cosiddetto “onore” non possano essere addotti come scusa per giustificare tali atti. Rientrano in tale ambito, in particolare, le accuse secondo le quali la Vittima avrebbe trasgredito norme o costumi culturali, religiosi, sociali o tradizionali riguardanti un comportamento appropriato. Attualmente capita, per esempio, che la Vittima uccisa venga trattata dalla difesa dell’imputato senza il minimo rispetto, tanto non può più testimoniare. Capita che (caso Giulia Galiotto) il colpevole affermi di avere ucciso in preda alla gelosia la compagna, perché lei lo tradiva ripetutamente, e che la giuria accolga questa affermazione come veritiera basandosi solo sull’affermazione del reo, senza fare alcuna verifica circa la fondatezza dell’affermazione. Questa non è una lesione dell’onore della Vittima? Come porre rimedio? Imponendo alla difesa dell’imputato l’obbligo di produrre la prova delle affermazioni che fa sulla Vittima.  Si fa notare che affermare di avere agito d’impeto a causa della gelosia può escludere per esempio la premeditazione modificando il risultato della condanna.

Per quanto riguarda i familiari delle Vittime uccise, che a loro volta subiscono a causa del delitto un danno esistenziale notevole, anch’essi devono poter accedere ai risarcimenti e indennizzi previsti dalla Convenzione e dalla Direttiva 2004/80/CE del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa all’indennizzo delle Vittime di reato.

Troppe volte queste mamme orfane che spesso perdono il lavoro perché non ce la fanno più, ci dicono che si sono trovate a dover vendere tutto quello che hanno per pagare le spese di un procedimento penale infinito. Un procedimento penale che stabilisce anche un risarcimento in denaro da parte dell’assassino, che ovviamente non onorerà mai.

In questi casi dovrebbe essere previsto il pignoramento di parte dello stipendio del reo una volta scontata la pena e reinserito nel mondo del lavoro, e un indennizzo da parte dello Stato per sostenere tutte le spese: funerale, psicologo, avvocati ecc. Troppe volte ascoltiamo questa frase: “per mia figlia/o avrei speso tutto il mio patrimonio, tranne che i soldi per la lapide, quelli che do allo psicologo per aiutarmi a vivere ancora e quelli per gli avvocati che ci accompagnano ormai da anni in un calvario al quale non riusciamo mai a mettere fine. Per noi ricominciare non è possibile. Ogni volta si rinnova il dolore, ogni processo è un pugno nello stomaco violento, ascoltare la difesa dissacrare mio figlio/a mi offende nell’intimo. Sentire l’assassino chiedere sconti su sconti mi mortifica, mi fa sentire un essere che per questo Stato non conta niente. Aspetto solo il giorno in cui rivedrò mio figlio/a e intanto sogno per lui/lei un futuro che non abbiamo più.” 

 

SUGGERIMENTI DI MODIFICA COSTITUZIONALE PER TUTELARE I DIRITTI UMANI DELLE VITTIME: 

 

Art. 6 

La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche e quei cittadini che, colpiti dai reati contro la persona direttamente, in danno di un proprio congiunto per omicidio, si trovano ad affrontare un grave disagio esistenziale.

 

 

Art. 24. Cost. 

Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi.

La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Le Vittime dei reati hanno il diritto di ottenere una forma di ristoro equa rispetto al bene sottratto, sia esso materiale o immateriale.

Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione. Lo stesso diritto è concesso alle Vittime dei reati contro la persona, tali mezzi sono estesi a tutti, indipendentemente dal reddito, laddove il reato è compiuto a causa di un provvedimento d’impunità.

La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari

 

Art. 111 Cost.

Si chiede l’integrazione nell’art. 111 di un comma che renda il processo Giusto anche per le Vittime della violenza e che preveda le tutele espresse nella Direttiva 29/2012 EU. Segnaliamo due DDL depositati in questa legislatura dal PD e da FDI.

Consapevoli che difficilmente lo vedremo, ci piacerebbe trovare un comma che recita più o meno così: «La legge regola la responsabilità civile o penale dei magistrati in caso di dolo o colpa grave, quando un reo recidivo o socialmente pericoloso commette un delitto gravissimo contro la persona mentre si trova in regime di libertà vigilata o libero grazie a un provvedimento stabilito dalla discrezionalità del magistrato che non ha tenuto conto della sua pericolosità sociale e della sua propensione a delinquere» 

BAMBINI TESTIMONI O VITTIME DI VIOLENZA SESSUALE, VIOLENZA DOMESTICA, OMICIDIO E DELITTO TENTATO

Chiudiamo questa nostra memoria con i bambini, innocenti testimoni del male o Vittime della cattiveria e della perversione degli adulti. La Convenzione, per quanto riguarda i bambini testimoni di qualsiasi forma di violenza, invita a sviluppare una consulenza psicosociale appropriata in funzione dell’età specificamente mirata per i bambini in modo che possano far fronte alle loro esperienze traumatiche. Invita inoltre a tenere debitamente conto dell’interesse superiore del bambino. Ed è proprio in funzione dell’interesse superiore del bambino che affermiamo quanto segue, suggerendo di inserire nel D.L. in esame alcune importanti misure di protezione.

Ove sussiste il concreto pericolo per l’incolumità del bambino o di un genitore o di un altro esponente della famiglia che lo ospita, devono essere prese misure quali le visite protette e l’allontanamento dal minore del familiare maltrattante. Anche se solo ammonito. Suggeriamo anche l’utilizzo, come avviene in altri paesi, del braccialetto elettronico o dei mezzi di videosorveglianza che ne controllino gli spostamenti. E’ altresì auspicabile intervenire sui tempi del divorzio inserendo nel nostro codice il divorzio breve per limitare le tensioni inevitabili in una situazione altamente stressante per tutti i componenti della famiglia.  E a proposito dell’interesse superiore del bambino, apriamo una parentesi che riguarda il suo allontanamento dall’intero nucleo familiare, che deve esser solo una extrema ratio e mai violento (si veda caso bambino Padova). E’ urgente correggere le misure che permettono l’uso della forza per allontanare il minore da parte dei rappresentati delle istituzioni preposte, per evitare quella che possiamo chiamare “violenza di Stato”.

Chiusa la parentesi, però necessaria, di seguito riportiamo alcune statistiche che riguardano la violenza sessuale sui minori il cui interesse superiore dovrebbe superare quello alla libertà degli abusanti. Il quadro che si presenta invece è desolante, sia perché l’orco è vicino, sia perché nella sostanza non paga quasi mai.

Raramente i pedofili vengono allontanati o rispettano i divieti di avvicinamento, e in appello al 51% dei condannati viene data la sospensione della pena con “la presunzione” che non commetteranno più il reato. Una presunzione appunto, non confermata dalla regola, visto che la recidiva c’è ed è devastante per coloro il cui interesse superiore dovrebbe esser tutelato senza indugi. Non sono rari i casi di prescrizione, e anche qui è urgente intervenire, perché nella maggior parte dei casi queste persone continuano con gli abusi a anno dello stesso minore e di altri. Spesso vengono concesse l’attenuante di minore gravità e la sospensione condizionale della pena, è il caso di dirlo: poveri bambini!

Nel 14,3 % dei casi ad abusare del minore è un genitore, nel 14,7% i nonni o gli zii, nel 19,7% un amico di famiglia, nel 9,3 un conoscente, nel 10,5 un vicino di casa, nel 10,1% insegnanti, bidelli e religiosi, nel 20% sono sconosciuti. Uno spaccato che fa paura. L’orco è in casa, è vicino, è colui che i bambini li dovrebbe prendere per mano per accompagnarli verso un domani roseo e invece li getta in un pozzo nero. E quando la violenza accade dentro le mura domestiche o all’interno del nucleo familiare, l’omertà è resistente. Un’omertà che non deve essere aiutata da leggi imperfette, istituti premiali e mentalità distorte, né da magistrati buonisti verso l’adulto astuto, dimenticando che un bambino la verità ce l’ha scritta negli occhi. Basta saperlo guardare. Attualmente la media della pena per i colpevoli è di due anni ( con condizionale), solo il 9,9% arriva a 4. E il D.L. Ferrante Costa non aiuta certo a migliorare la situazione, a meno che questo reato di particolare gravità sociale non ne sia escluso. Le pene devono essere aumentate e devono essere esclusi la sospensione condizionale e l’attenuante di minore gravità. E devono essere messi in campo provvedimenti che modificano il decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 prevedendo l’ammonimento quando la persona risulta pericolosa per l’integrità fisica o morale dei minorenni (si veda DDL n. 43 a iniziativa dell’Onorevole Edmondo Cirielli).

In ultimo ma non ultimo, non accada mai più che la Vittima di un pedofilo debba incontrarlo per strada, per le scale, a scuola o peggio ancora in casa sua. L’allontanamento deve essere reale, controllato (anche elettronicamente) e permanente.

Chiudiamo parafrasando le parole della Corte Costituzionale sull’annullamento dell’art 275 comma 3 del C.P.P. e invertendone il senso: “la più intensa (il carcere) lesione del bene libertà di movimento di chi ha abusato della propria libertà arrecando danno ad altri, non offre un fondamento giustificativo costituzionalmente valido ad ottenere una libertà anticipata o una sospensione della pena, in quanto la presunzione che tale reato non sarà nuovamente commesso non tiene conto della dignità della Vittima già colpita, né del fatto che una presunzione non dà la certezza necessaria a tutelare un interesse superiore, quale è quello di un minore”. Quale è quello di una qualsiasi vita umana.

Barbara Benedettelli

Presidente Associazione L’Italia Vera

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