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Libri Barbara Benedettelli

Tratto dal libro

“Nella solitudine ho conosciuto l’essere, dai molteplici aspetti, che abita il mio corpo e ho potuto danzare su quella stessa spiaggia nella quale prima avevo pianto. C’è stato un periodo in cui mi sono sentita abbandonata dal mondo, ma non ho mai abbandonato me stessa. Non ho mai chiuso le porte all’universo variopinto che ognuno di noi ha dentro e, amalgamando i colori dell’anima, ho trovato la mia integrità. La solitudine vera è quella interiore ed emotiva. Si può essere soli in mezzo a cento persone più di quanto non lo si sia in compagnia di se stessi.

 
Generalmente l’isolamento è percepito come un nemico da cui fuggire. In realtà, se non ci facciamo prendere dalla disperazione, scopriremo che si tratta invece di uno stato psicologicamente fecondo, possiamo trovare dentro di noi quella donna inedita che poi sarà la protagonista del suo prossimo destino. 

 
Quando il bisogno di colmare un vuoto ci ha induce a regalare tasselli della nostra anima in cambio di illusioni impalpabili con cui riempirlo, ci mancano frammenti di noi stesse senza i quali non siamo in grado di valutare nella sua interezza il nostro mondo interiore ormai impoverito. Tuttavia regalare quelle parti di noi era necessario per capire l’importanza che hanno nel contribuire alla nostra integrità. Dovevamo proiettarle al di fuori per essere in grado di riconoscere la loro grandezza e, attraverso la sofferenza , reintegrarle in noi. Io l’ho fatto. Nell’apparente ritiro dell’io ho riscritto coi colori dell’arcobaleno: “io sono”.

(Tratto da Punto e a Capo, di Barbara Benedettelli, per Mondandori)

 

 

“Ciò che manca ancora oggi nonostante l’alto grado di civiltà, è il sentimento profondo del rispetto per l’altro, al di là dell’utilità che l’altro può avere per noi stessi e per il mondo. 

È più facile uccidere e fare del male a qualcuno se per noi è solo cosa. Ci vuole poco a sopprimere il prossimo se è solo mezzo di godimento, superficie scivolosa su cui è impossibile fermarsi per più di un istante, individuo da allontanare o da distruggere se si avvicina troppo a un territorio che consideriamo nostro. Quello che fa paura è la sensazione che oggi l’uomo conti meno di ciò che possiede. 

Una sensazione che qualche volta emerge anche quando è evidente la sproporzione tra la severità della giustizia verso chi ruba un pezzo di pane rispetto a chi invece fa del male a un suo simile.” 


@bbenedettelli, Vittime per Sempre (Aliberti 2011)

 

“Bellissimo il giorno in cui, pur con mille paure, tra incertezza e confusione, ho preso le mie cose e me ne sono andata. Non dimenticherò mai la sensazione di libertà che ho provato quando ho aperto le porte della mia nuova casa e mi sono gettata sorridente sul pavimento, proiettando sul soffitto bianco un futuro come lo volevo io.

Non dimenticherò mai le sensazioni di impotenza e onnipotenza insieme che s’intercalavano in un turbinio infinito. Freneticamente e nevroticamente, ma anche con piacere, la mia mente cercava il modo di compiere il mio destino. La sensazione di essere viva era così forte, così reale e tangibile che non sarei più tornata indietro. E non l’ho fatto. Neanche quando mi sono trovata senza soldi, senza amici, senza lavoro, senza parenti.

Io avevo la mia vita, potevo decidere in ogni momento il mio destino, potevo fare del mio dono la mia più bella opera d’arte.

Con grande orgoglio ho superato mille ostacoli: un marito incattivito, parenti che non hanno accettato la mia scelta, uomini senza scrupoli, i pregiudizi della gente. Io potevo farcela, sapevo che prima o poi sarebbe cambiato tutto. Mi sono persa, sono stata vinta dalle passioni, dal peso della responsabilità di avere un meraviglioso bambino che dovevo far crescere. Ho tenuto duro e ho vinto!”

(Tratto da Punto e a Capo, di Barbara Benedettelli, per Mondadori)

 

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È il 2 maggio 1963, sono le 14.30, e al civico 81 della via Emilia, a Roma, la Wanninger saluta la portinaia con un sorriso appena accennato. I capelli biondi sono sciolti sul viso, gli occhi grandi hanno il colore del cielo. Troppo bella per passare inosservata. L’ascensore è già pronto per portarla al quarto piano dove vive un’amica austriaca, Gerda Hoddap. Ma qui la bella tedesca in cerca di notorietà si trova ad essere, suo malgrado, protagonista assoluta di un delitto atroce che si svolge in un grande palazzo pieno di gente. La sua parte è quella della vittima. La recita è lunga quanto l’eternità. La prima pugnalata giunge all’improvviso, le buca il cuore, sono in tutto venti i colpi che la feriscono a morte….

….Ai margini della scena sette condomini si muovono come figuranti. Hanno visto qualcosa, o meglio, qualcuno. Un estraneo, non uno del palazzo. Forse l’assassino. Un assassino che indossa un elegante completo blu. Il co-protagonista che agendo da il via alla trama, poi scompare. Per Christa, la giovane aspirante attrice venuta dalla Germania ad inseguire un sogno, la consistenza di quel mondo a lungo immaginato assume il tono e il volume del marmo. Proprio come quello del pianerottolo in cui si trova ora. Neanche un vero luogo. Solo una sorta di anticamera al di là della quale si svolgono le vite. E’ qui che l’azione principale comincia e finisce. Un ciack soltanto, quanto basta per morire….

….Dopo oltre vent’anni dal delitto che ha reso tristemente famosa Christa Wanninger, il suo assassino ha un nome, ma lei non ha giustizia. Guido Pierri è riconosciuto colpevole di omicidio aggravato, ma incapace di intendere e volere al momento del reato. Dunque non è punibile. Non va in carcere e neanche in manicomio. E’ libero di continuare a vivere. Christa invece ha dovuto morire a soli ventitrè anni….

….In questo delitto, è vero, non ci sono prove in grado di ritenere Pierri, al di là di ogni ragionevole dubbio, colpevole. Ma spesso accade che, anche quando la colpevolezza è certa, i criminali non vengano puniti abbastanza perché, a torto o a ragione, fanno loro un alibi perfetta: la follia, e momentanea per di più. Quale migliore mezzo per farla franca? È certamente più semplice anche per lo psichiatra forense dire, e constatare, che un assassino ha agito al di fuori della capacità di intendere e volere. E’ difficile, anche per chi lo fa di mestiere, dover ammettere che invece la pazzia non c’entra….

… Ma perché, mi chiedo, ci deve essere distinzione nella pena tra chi agisce con consapevolezza e lucidità, e chi invece agisce in un «momentaneo» o definitivo stato di assenza di sé? Un delitto è un delitto, un fatto che è tale al di là di come è stato compiuto e da chi. È, per usare le stesse parole che usa la legge per distinguere i reati, mala in se e non mala quia proibita, male perché proibito. Le vittime non hanno avuto circostanze attenuanti. Il raptus dal quale sarebbe stato colto Pierri ha prodotto lo stesso risultato del ragionamento lucido di un altro assassino: la morte. Una morte tragica e prematura. Quella che appunto, per tornare alle prime pagine di questo racconto, dovrebbe appartenere al ciack di un film invece che alla vita vera.

Tratto da I Delitti del Condominio Barbara Benedettelli © RIPRODUZIONE RISERVATA


Tutto è partito dall’aver scritto questo libro. Un libro dal quale è scaturito il bisogno di stare vicini ai parenti delle Vittime di omicidio, intervistati e poi mai usciti dalle nostre vite, per aiutarli ad ottenere una giustizia vera. Perché alla fine di tutto il dolore di chi rimane è la sola condanna definitiva. Una condanna all’ergastolo che nessun patteggiamento, e nessuna grazia può eliminare. Gli autori si muovono in campi diversi affinchè la giustizia possa assumere un valore universale, certo non soggetto alle ideologie politiche.

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50 Sfumature di Violenza di Barbara Benedettelli
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