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pena certa

Certezza della pena

Certezza della pena = garanzia di libertà, di vivere. Oppure saranno morti annunciate. 

Un precedente per omicidio volontario, una condanna a 18 anni (scontata del tutto?) e poi un altro delitto “colposo”. Questi sarebbero i precedenti di Mario Broccolo, il presunto, per ora, assassino di Alessandra Lacullo, uccisa tra Ostia e Acilia giovedì scorso.

In questi giorni si parla molto di femminicidio. E mentre si parla da anni di cosa, di come, le donne continuano a morire – non una in meno ogni anno, ma ogni anno una in più – il segno meno lo abbiamo messo alla vita umana. Perché un uomo violento, che aveva già ucciso, ha potuto uccidere ancora?

Al di là del genere della Vittima e delle dinamiche dell’omicidio, che valore ha la vita umana? Mi viene in mente una frase di Vittorio Foa: «Ogni vera libertà non può esprimersi altrimenti che nel poter scegliere come rinunciarvi». Ebbene, chi uccide deve sapere che pagherà certamente il prezzo più alto.

Basta con i patteggiamenti, i riti abbreviati, gli sconti automatici, i premi e i cotillons. Tutto ha un prezzo, oggi lo sappiamo più che mai, la vita non dovrebbe avere quello più alto? Noi valiamo meno di ciò che possediamo? Perché quando si tratta di vendere o acquistare una casa, un gioiello, non cediamo di un solo euro per tenerne alto il valore e anzi, regoliamo il mercato attraverso nuove leggi per non svalutare quei beni materiali a volte superflui, e invece siamo così magnanimi quando il bene è l’integrità fisica, quella psicologica, l’esistenza? Perché qui invece gli sconti si fanno e si mette addirittura in conto la possibilità che delle vite potrebbero essere distrutte privilegiando il bene libertà?

L’ordinamento penitenziario è premiale e il premio avrebbe lo scopo che ha la carota per il cavallo. Ma gli uomini non sono cavalli. E non hanno bisogno né di bastone né di carote, ma di regole severe e certe.

Non si chiede la tortura, si chiedono pene adeguate al reato e al valore del bene leso o distrutto, e così umane, pur nella severità, da essere in grado di trasformare l’amorale in morale, l’a-sociale in sociale. Un compito possibile? Forse. Non sempre. Di certo modificare l’apparato mentale di un adulto non può che richiedere un tempo lungo e ben speso da parte delle diverse professionalità previste. Ma una persona che ha ucciso dovrebbe essere liberata solo dopo avere scontato una pena che corrisponde all’intera condanna pubblicizzata, e solo se è rieducata oltre ogni ragionevole dubbio.

La recidiva non è un’opinione, e mentre cerchiamo un metodo educativo sicuro ed efficace al 100 per cento, forse dovremmo, per il bene comune, puntare la bussola del procedimento penale sugli innocenti e sulle Vittime invece che sui criminali. Mi immagino le urla di Alessandra mentre moriva e quello della sua famiglia costretta per sempre all’ergastolo eterno del dolore. Un dolore al quale si aggiunge quello di una morte annunciata. Una morte che se la giustizia fosse in grado di essere più giusta si sarebbe potuta evitare.

L’urlo degli innocenti deve acquisire potenza per arrivare alla gente in cerca di qualcosa che possa impedire, prima o poi, la sua necessità, o per rimbalzare in eterno tra terra e cielo se il prossimo è come sordo a ciò che non vuole ascoltare. Eppure è proprio nell’Altro, come afferma lo psicanalista Luigi Zoja, «la riserva aurea dell’umanità. Su di esso si torna a contare durante le tempeste». Ed è una tempesta quella che emerge dopo un omicidio che travolge tutti quanti e che a volte si potrebbe evitare se la legge fosse capace di contenere l’orrore al quale dà erroneamente un nome benevolo e una giustificazione, seppur forzata, e dimentica che in quell’Altro c’è ognuno di noi.

C’è la vita.

Barbara Benedettelli @bbenedettelli

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