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La investe e la uccide: Credevo fosse un cane

La investe, la uccide, pensava che fosse un cane e scappa

“Credevo fosse un cane”, “Credevo fosse un animale”, “Pensavo fosse un pezzo di cartone” e chi più ne ha più ne metta. Sono le frasi che spesso dicono i pirati della strada. E le dicono solo dopo, molto dopo, quando vengono trovati.

Quando gli avvocati difensori cominciano a muovere i fili dell’assoluzione per un reato che ancora oggi non è considerato gravissimo: l’omicidio stradale.  E’ stato un incidente, si dice. Ma il caso c’entra poco nel 90% degli scontri.

Di certo non c’entra qui dove la responsabilità è anche di un sistema penale che mette sempre e solo al centro il reo, la sua libertà, anche a costo di negare quella altrui di vivere.

L’ultimo pirata è Emanuele Fiorucci, che dopo 13 mesi dall’omicidio di Alessia Calvani, di soli 14 anni, e un interrogatorio di ben 12 ore, ha ammesso la sua responsabilità. Ma a metà. Perchè secondo lui non ha ucciso una persona, ma un cane.

Ma anche se fosse stato davvero un cane (come faceva a sapere che era un cane e non un gatto?), si sarebbe quanto meno dovuto fermare, controllare che non fosse morto ed eventualmente portarlo da un veterinario perché è sempre una vita umana. Io non credo che lui pensasse di avere investito un cane.

Come puoi scambiare una persona per un animale? Come puoi, il giorno dopo, quando sui giornali, in tv, leggi e sai che una meravigliosa vita umana è stata distrutta, non farti passare per la testa che chi hai investito era lei?

E come può, lo Stato, il sistema giudiziario e penale, una volta scoperto chi per oltre un anno è sfuggito alle sue responsabilità come nulla fosse, non procedere all’arresto, a un processo per direttissima, a dare una pena immediata, equa, certa, come la morte che ha provocato?

Fiorucci aveva ucciso ancora e non aveva pagato. E’ recidivo. Omicida, pirata e recidivo. Non basta per l’incarcerazione? E come si fa poi a prendersela con il paese che lo vuole linciare?

Come si fa a prendersela con chi chiede che alla vita umana, alla nostra vita, sia dato un prezzo certo, non negoziabile, che ne tenga alto il valore? Quest’uomo è una mina vagante.

L’articolo 16 della Costituzione afferma che “ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza.”

Aveva ucciso ancora Fiorucci. Era il 2003, uccise una bambina, condannato per omicidio colposo presumo che ebbe la condizionale con la presunzione che non lo avrebbe fatto più. Una presunzione che non si può avere quando di mezzo c’è la vita umana. Di certo la vita di quella bambina per lo Stato, per il sistema giustizia, è valsa meno della libertà di questo individuo. Nulla.

Nel 2006 è coinvolto in un altro incidente, guidava sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, gli hanno ritirato la patente. Io lo avrei messo dentro per un po’. Già allora era recidivo. La patente avrebbero dovuta ritirargliela a vita. Nel 2007 accade ancora. Ritiro della patente per uso di droga. E adesso lo si denuncia a piede libero. E lo Stato con le sue leggi cieche è colpevole quanto lui.

Perché c’è così tanta clemenza verso chi compie questi delitti? Perché si può dare la condizionale a chi ha ucciso? Perché non è previsto l’arresto in flagranza diretta o differita o quando ci sono prove evidenti e confessioni? Domande, solo domande, senza risposta.

Per i familiari delle tante Alessie quelle domande sono come quella di Giobbe. Per noi devono essere una pretesa di risposte. Perché la vita va difesa, sempre. Prima che possa esserci portata via da chi pensa che alla fine le cose capitano, che le responsabilità non sono mai nostre, che degli altri che c’importa.

Per il femmincidio si è parlato di urgenza, di necessità. Di emergenza. Non è un’emergenza quella che uccide 10 persone al giorno? Non è una emergenza quella che ammazza 3860 persone all’anno? 

Lo è e come tale va affrontata. A partire dall’introduzione del reato di omicidio stradale, senza tralasciare la sensibilizzazione e un’azione culturale capace di cambiare il nostro approccio alla strada. Quello di tutti, perché una macchina può diventare un arma o una tomba. E non dipende dal caso. Ma da noi.

@bbenedettelli

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