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Il killer di Budrio e gli altri

Serial killer a Budrio rapinava e ammazzava la gente vestito da ninja. “I suoi occhi sono senza espressione”, dicono gli inquirenti spagnoli che lo hanno arrestato.

Niente sensi di colpa né pentimento nel cuore di ghiaccio di Norbert Feher, più noto come Igor il russo, il camaleonte, il killer di Budrio, il guerriero-ninja che rapinava la gente con l’arco e una striscia di stoffa rossa legata in fronte.

Diciotto le identità che ha usato per dileguarsi tra un Paese europeo e l’altro. Killer imprendibile dall’ aprile 2017 – quando in Italia ha ucciso a sangue freddo Davide Fabbri e Valerio Verri – fino al 14 dicembre scorso quando in Spagna, prima di essere catturato, ha freddato i due agenti della Guardia Civil Víctor Romero e Víctor Jesús Caballero, e l’allevatore José Luis Iranz.

Un serial killer spietato che in Spagna, dove dovrà scontare un processo e una condanna prima di essere estradato in Italia, è accusato anche di due tentati omicidi compiuti durante una rapina, e sospettato dell’uccisione dei due giovani fidanzati Paula Mas e Marc Hernandez, massacrati nella palude di Susqueda a fine agosto.

Senza espressione, dice chi lo ha interrogato, come Donato Bilancia, che senza pietà in Liguria e nel Basso Piemonte tra il 1997 e il 1998 ha ucciso in sei mesi 17 persone.

Indifferente, come lui stesso racconta a Paolo Bonolis in un’intervista andata in onda a Domenica In il 25 aprile 2004:

Sono lì sul divano che sto guardando la televisione, mi alzo, vado a uccidere una donna su un treno….

Io nel momento in cui facevo quelle atrocità avevo lo stesso identico viso che ho in questo momento che glielo sto raccontando, uguale identico, non traspariva nulla, anche i miei genitori non si sono mai accorti di niente...”.

Come non si sono accorti di niente la moglie e i figli del feroce serial killer americano Richard Kuklinski, morto in carcere nel 2006 dove stava scontando 6 ergastoli nonostante le circa 200 vittime.

Il primo delitto lo aveva compiuto a 16 anni, dopo aver trascorso l’infanzia a torturare e uccide animali randagi per sfogare la rabbia repressa provocata da un padre fisicamente violento.

Cresciuto è diventato freddo come il ghiaccio, tanto da essere chiamato dagli investigatori “the iceman”.

La sua mente affiata come la lama di un rasoio, nel pieno possesso delle facoltà mentali, era riuscita perfino a trovare il modo di monetizzare la sua passione: uccidere, torturare, massacrare.

Era diventato uno dei più gettonati e spietati sicari della mafia italo-americana. Uccideva con le pistole, i coltelli, le corde, i veleni e anche i topi, ai quali lasciava in pasto uomini vivi.

Il killer di identità non ne aveva 18, come Feher, ma due, ben distinte: padre e marito amorevole, amico brillante, vicino di casa gentile e divertente, il classico americano medio.

E poi l’insospettabile e crudele assassino:

Li guardavo negli occhi mentre la loro espressione si faceva assente, li guardavo morire, osservavo la sorpresa, lo shock, il vuoto. Tutto ciò che vedevo era il mio riflesso.

Un outsider, come si definiva anche David Richard Berkowitz – più noto come il Figlio di Sam o il killer della calibro 44 – che andava in giro con la sua Volkswagen gialla per parcheggi a sparare a giovani coppie o a giovani donne con i capelli scuri, lasciando dietro di sé, nella New York tra il 1975 e il 1977, 6 morti e molti feriti.

Anche lui, come Feher, aveva lasciato messaggi agli investigatori:

Io sono il ‘figlio di Sam’. …’Vai fuori e uccidi’ comanda padre Sam…Mi sento un outsider. Io sono su una diversa lunghezza d’onda rispetto a tutti – programmato per uccidere….”.

Macchine per uccidere, mostri dall’aspetto umano e dallo sguardo “senza espressione”, incomprensibile per i comuni mortali che in quegli sguardi non riescono a vedere quel nulla al quadrato che ammazza.

di Barbara Benedettelli (pubblicato sul settimanale Spy)

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