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Il giallo di Pordenone

Il giallo di Pordenone inizia il 17 marzo 2015. Trifone Ragone, 28enne caporale dell’esercito e la fidanzata Teresa Costanza, 30 anni, assicuratrice laureata alla Bocconi, dopo essere stati in palestra vengono freddati all’istante con sei colpi di una semiautomatica 7,65 degli anni 30′.

Erano appena entrati nella loro Suzuki, parcheggiata fuori dal palasport di Pordenone. Trifone è stato raggiunto da tre colpi alla testa, uno sparato da meno di 10 centimetri di distanza.

Per Teresa è bastata una pallottola in fronte, l’ultimo colpo è andato a vuoto. Il tutto in non più di 10 secondi. Secondo gli inquirenti l’assassino avrebbe ucciso “nell’indifferenza e nell’assenza di un qualsiasi senso morale”, a fronte di una “elevata capacità criminale”.

La pistola utilizzata per il duplice delitto è stata ripescata sei mesi dopo nel laghetto di un parco dal nome simbolico: San Valentino. Aveva ancora un proiettile nella camera da scoppio, probabilmente rimasto inceppato.

Ma non è stato possibile rilevare tracce biologiche perché deteriorata, inoltre era stata riverniciata con una bomboletta spry.

Secondo la Corte d’Assise di Udine, dove si sono svolte le numerose udienze del primo grado di giudizio, l’assassino è il 27enne Giosuè Ruotolo (ex coinquilino e commilitone di Trifone), condannato l’8 novembre 2017 all’ergastolo e a due anni di isolamento diurno.

Il processo è indiziario, ma il quadro complessivo secondo la Corte è imponente. Per i giudici non ci sono dubbi, il colpevole è lui.

Il movente un miscuglio di odio, gelosia, paura di perdere la chance di entrare nella Guardia di Finanza. Per la difesa e per lo stesso Ruotolo, che si è sempre dichiarato innocente, il vero duplice assassino (o l’assassina) è ancora libero.

In ogni caso si tratta di persona che i fidanzati conoscevano. L’autopsia parla chiaro: a ucciderli, secondo il medico legale, è stata “una mano amica”. La posizione dei corpi all’interno della Suzuki era rilassata.

Trifone aveva una gamba fuori dall’abitacolo, come se nel momento in cui è stato ucciso stesse entrando. Come se stesse salutando qualcuno.

L’ inchiesta ha visto l’analisi di oltre 600 utenze, di 10 milioni di report telefonici, di più di 5 mila ore di filmati. I sospettati iniziali sono 9 e sono state vagliate con attenzione tutte le piste: passionale, frequentazioni strane, scambio di persona, omicidio su commissione.

Dopo sei mesi sono le chat su FaceBook a permettere di individuare parte del movente e le telecamere di videosorveglianza a collocare Ruotolo sul luogo del delitto. Esattamente un anno dopo il duplice omicidio arriva l’arresto.

La sua Audi A3 era stata ripresa alle 19.15 “a otto metri e mezzo dalla Suzuki”, dove è stata ferma per 25 minuti. Un appostamento secondo il pm. Poco dopo viene filmata nella zona del parco di San Valentino, dove è stata trovata l’arma.

La difesa, che ritiene troppo debole il movente per un delitto così feroce, ha cercato di dimostrare che Ruotolo era ripartito prima dell’uccisione. Non solo.

Nessuno dei testimoni lo ha visto.

Una coppia e un runner, verso le 19,45 (poco prima del delitto) hanno visto un uomo “trasandato” con i capelli bianchi, vestito di grigio, “accucciato, piegato sull’auto” delle vittime.

Un frequentatore della palestra è convinto invece di aver visto, subito dopo il fatto, un’Audi come quella del condannato. Al volante, però, afferma che ci fosse una donna. E Trifone era molto ambito.

Nel corso dell’inchiesta una sua amica ha gettato il sospetto su una ex pugliese: «Mi disse che il papà di lei, avendo tanti soldi, lo minacciava se avesse troncato la relazione perché sua figlia non doveva soffrire. Mi disse che anche lei lo minacciava».

Questa pista non ha portato a nulla. Però il Dna di una donna (rimasta ignota) è sul proiettile trovato nell’auto. Perché? C’è ancora speranza, per la difesa di Ruotolo, di ribaltare la sentenza di primo grado?

Di certo il giallo continua.

di Barbara Benedettelli (pubblicato sul settimanale Spy)

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