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I Kabobo e l’imputabilità

Tre persone massacrate per caso forse resteranno senza un colpevole. Il Procuratore ha chiesto la perizia psichiatrica per Kabobo, perché “emergono segni inequivocabili di una situazione di infermità mentale”. Kabobo non comprende il disvalore del suo atto. E per questo potrebbe essere giudicato non imputabile. Dunque non colpevole? E’ già accaduto. Milano fu teatro di un altro episodio simile. Lui si chiama Oleg Fedchenko. Uscendo di casa alla madre ha detto “ammazzo qualcuno”. Lo ha fatto. Ha massacrato a pugni Emilou Arvesou. Due anni prima era stato costretto a un TSO, un trattamento sanitario obbligatorio, per “un’esplosione depressiva psicotica violenta.” E lì la legge avrebbe dovuto consentire di trattenerlo per essere certi che quella violenza non colpisse ancora.

Quando l’Onorevole Carlo Ciccioli, psichiatra, presentò la proposta di legge “Nuove norme in materia di assistenza psichiatrica”, fu attaccato da chi è convinto che la libertà va tutelata sopra ogni cosa. Anche a rischio che qualche innocente ci rimetta la pelle. Eppure in quella proposta di legge era prevista la possibilità di trattenere e curare le persone per un periodo più lungo rispetto alla settimana prevista dal TSO, quando se ne rilevasse la necessità.  Nel caso di Fedchenko c’era. Ma è dovuta morire una donna prima che si stabilisse che quell’uomo è incapace di intendere e volere perché affetto da schizofrenia. Nel 2012 una sentenza lo ha ritenuto non colpevole, nonostante l’aggravante della crudeltà. Alla faccia della Vittima e dei suoi famigliari. Nel 2017 sarà libero. Forse prima, visto che gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari nell’aprile del 2014 chiuderanno. Di fatto in Italia la violenza deve realizzarsi al 100% prima che si possa intervenire con misure restrittive capaci di impedirlo. Solo che in quel 100% ci sono i morti ammazzati. E innocenti.

E qui veniamo al dopo. Quando, a causa dell’inefficienza nella cura e nella prevenzione, il danno è fatto. Secondo la psichiatria forense nell’assassino l’uomo consapevole verrebbe separato da quello istintivo perché “l’Io uccide quando si spezza, per poi integrarsi ancora”. L’uomo dunque si spezza, la giustizia pure. L’omicidio resta impunito perché il colpevole è “ritenuto” incapace di intendere e volere “nel momento” del delitto. Perché non è necessaria la prova certa, che non lasci ombra di dubbio, anche di quella momentanea (e presunta) scissione dell’Io così pericolosa, se occorrono prove su prove per affermare la colpevolezza di un imputato (“sano” di mente) anche quando c’è una confessione o ci sono le impronte digitali sul manico di un coltello? L’uomo sa mentire e sa rimuovere da se stesso quello che potrebbe fargli male. E la colpa fa male. Come possiamo essere certi che l’omicidio non sia stato rimosso “dopo”, mentre prima è stato il frutto dell’autodeterminazione? Può accadere che nel valutare l’infermità mentale di una persona ci si trovi di fronte a perizie che danno responsi antitetici, perché si basano su premesse scientifiche differenti. Per questo si tende ad avvalersi di un solo perito invece che di un collegio?

Un omicidio è, per usare le stesse parole della legge per distinguere i reati, male in sé (malum in se) e non male perché proibito (malum quia prohibitum). E’ un fatto che si è realizzato nel mondo cambiandolo in peggio. In Svezia non esiste il problema dell’imputabilità. Lì non importa se una persona è o meno sana di mente quando compie un assassinio. Il solo problema è stabilire se la pena è adeguata al reato commesso. Da noi “nessuno può essere punito per un’azione preveduta dalla legge come reato se non l’ha commesso con coscienza e con volontà … .” Insomma, se sei fuori di testa puoi tutto.

Nel dibattito pubblico che riguarda la sicurezza, le norme e le pene, si tende a sminuire la coscienza collettiva che percepisce la paura, l’ingiustizia, la disumanità di alcuni uomini. Si stravolge il contenuto delle parole. La sacrosanta richiesta di giustizia diventa sete di vendetta. Il bisogno di sicurezza diventa un’induzione politica e o mediatica. Si pensa all’assassino come vittima del sistema, del destino, della politica, di forze onnipotenti e distruttive che non può controllare. Mai artefice di se stesso. Norberto Bobbio diceva che “la funzione primaria della legge è di comprimere non di liberare, di restringere non di allargare gli spazi di libertà, di raddrizzare l’albero storto, non di lasciarlo crescere selvaggiamente. Noi stiamo comprimendo sempre meno; stiamo allargando gli spazi della libertà a invadere quella altrui; lasciamo crescere gli alberi storti perché la natura li ha voluti così.

Le Vittime, quelle vere, diventano angeli con un compito superiore; gli assassini invece dopo aver agito come bestie feroci sono paradossalmente “più umane dell’umano”. Si trova per loro una giustificazione sempre nuova. Ma giustificare significa finire in una zona franca in cui tutto è possibile: anche uccidere, appunto. E allora forse è arrivato il momento di cambiare le cose. Del resto le leggi le fanno gli uomini e possono cambiare insieme a loro. Stiamo cercando tutti un mondo migliore. Allora cominciamo a dare valore a ciò che ne ha per davvero. Cominciamo a dare un prezzo alla vita. Un prezzo non negoziabile, e che non fa favoritismi a nessun “compratore”. Quanto “costa” una vita umana? 30 anni di libertà negata? Bene. Niente sconti però. Per nessuno. Negli anni 80 si tentò di eliminare la non imputabilità per dare pari dignità al malato e giustizia alle Vittime (con la V maiuscola perché sono quelle vere). Discutiamone.

Barbara Benedettelli @bbenedettelli

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