Porto Sant’Elpidio, Fermo. Il 17 febbraio 2020 in aperta campagna, alle prime luci dell’alba un passante si imbatte in un cadavere.

E’ sull’erba di un campo sterminato. Non distante dal ciglio della strada dove c’è una scia di sangue.

Ha una serie di ferite profonde alla schiena. Sembra essere stato gettato da un auto in corsa. Il suo nome è Mihaita Radu. Ha origini rumene. Aveva 31 anni e risiedeva nella bella località turistica marchigiana da tempo.

Conosciuto da tutti come Michele è stato descritto come riservato, affidabile, tranquillo. Lavorava in uno scatolificio come operaio, era volontario della Croce Verde e la sua fine brutale ha sconvolto l’intera comunità.

“Era un bravo ragazzo, lavorava sempre e quando aveva tempo libero lo trascorreva con il suo figlioletto di sei anni. Vi posso garantire che non frequentava brutte compagnie e conduceva una vita onesta, anche se in passato aveva sbagliato. Nulla lasciava presagire un fatto del genere”, afferma Stoiana, sua madre, che ancora non si capacita di quanto accaduto.

Nè riesce a individuare nel suo presente e nel suo passato, qualcuno che potesse volergli tanto male. I particolari che emergono man mano che si procede con le indagini sono agghiaccianti: è stato colpito 12 volte alle spalle con un grosso coltello e probabilmente era ancora vivo, anche se in agonia, quando è stato lasciato nel luogo del ritrovamento.

Perché di questo la Procura sembra essere convinta: non è stato ucciso lì.

Le indagini partono serrate su ogni fronte. Anche quello dei piccoli problemi avuti in passato con la giustizia, per i quali era stato assegnato ai lavori di pubblica utilità proprio alla Croce Verde, dove è rimasto. Gli altri volontari, che hanno avuto solo buone parole per lui, dicono che negli ultimi tempi era meno presente.

Che quando c’era stava spesso a quel cellulare che non si trova più. Fatto sparire perché conteneva messaggi o fotografie compromettenti per chi lo ha colpito alle spalle con crudeltà, senza che lui si potesse difendere? Ma dove è avvenuta l’aggressione?

Sulla scena del ritrovamento, a una prima analisi, non sembrano esserci tracce significative. Nulla nella casa disabitata che si trova a circa un chilometro, con un auto parcheggiata verso la strada. Nulla, al momento, nel suo appartamento. Così come risulta difficile ricostruire le sue ultime ore di vita.

Gli investigatori ascoltano i vicini di casa, gli abitanti della zona del ritrovo, i colleghi di lavoro, i familiari, gli amici. E la pista del passato, legata ai precedenti penali di poco conto, perde forza.

Anche se l’abbandono del copro in quel campo, alla luce del sole, può far pensare a un segno di sfregio tipico della criminalità.

Lungo la statale adriatica si intensificano i controlli con pattugliamenti, posti di controllo, identificazioni. La caccia all’assassino è imponente. Niente è lasciato al caso. Si analizzano le telecamere di videosorveglianza e i tabulati telefonici per capire chi ha sentito nei giorni e nelle ore precedenti il delitto.

E tra le ultime telefonate c’è quella della ex compagna. La madre di suo figlio, dalla quale si era separato la scorsa estate. La donna viene interrogata per diverse ore come persona informata sui fatti. Perché quella telefonata? Come era il vostro rapporto? Aveva un’altra relazione sentimentale?

Le domande sono molte e lei risponde a tutto: lo avevo chiamato per farlo parlare con il bambino; non ci vediamo da tempo; non ho una nuova relazione. Eppure dalle testimonianze sembra che tra i due ci fosse attrito proprio per questo motivo.

Certo è che chi ha ucciso Mihaita è stato molto attento a non lasciare tracce. Ed è forte l’ipotesi che abbiano agito più persone, probabilmente in momenti diversi: chi ha ucciso durante un violento scatto d’ira e chi ha spostato il corpo dal luogo del delitto.

Dopo due mesi di assenza da Facebook Mihaita aveva cambiato l’immagine di copertina. Erano le 18,35 del 16 febbraio. Aveva messo la fotografia di un tramonto sulle montagne rocciose.

Un’immagine che trasmette poesia, bellezza, potenza della natura e della vita. Poche ore dopo la sua esistenza è finita per sempre.

Sua madre, sempre sulle pagine del social network, fa un appello disperato alla giustizia. Quella divina e quella umana: “Io sono malata di cancro e mio figlio è stato ucciso, prego Dio di tenermi viva, per vedere gli assassini che hanno ucciso quest’anima senza pietà!!”

Non sarà facile individuare i colpevoli. Ma la Procura è fortemente motivata a prenderli per dare a Mihaita, al suo bambino e a chi gli voleva bene, giustizia.

Barbara Benedettelli


Barbara Benedettelli

Barbara Benedettelli è giornalista, saggista, attivista per i diritti delle Vittime di ogni forma di violenza.