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Fabrizio Corona e la “squilibrizia”

Fabrizio Corona non è il male assoluto. Il male è la “squilibrizia” che governa il mondo.

Fabrizio Corona è in carcere, ostativo per i primi anni, mentre Renato Vallanzasca, condannato a quattro ergastoli per omicidio, di giorno lavora in centro a Milano come un Renato qualsiasi. Ciò non significa che il primo sia uno stinco di santo, ma piuttosto che invece di giustizia possiamo chiamarla “squilibrizia”.

A fronte di un Corona in carcere abbiamo un Kabobo, che aveva già esercitato la violenza in un breve passaggio in cella con atti di vandalismo, che può circolare come un fantasma per la strada e picconare i passanti. E in mezzo a tutto questo c’è il disprezzo per la vita, perfino per la libertà dell’innocente (non certo per quella del colpevole!).

C’è la tragedia umana di migliaia di famiglie che si trovano ad affrontare un sistema giudiziario, in un caso o nell’altro, cieco e sordo al loro dolore.

Corona dal carcere scrive che combatterà fino alla morte quella che ritiene un’ingiustizia. Che lì dentro sta male. Un male amplificato dalla sproporzione della sua condanna rispetto alle altre. Un’ingiustizia. 

Durante la sua prigionia si è guardato allo specchio facendosi delle domande:

“Possibile che alla tua età non abbia ancora capito e apprezzato i veri valori della vita? Sei così effimero, così superficiale Davvero vuoi sprecare la tua vita così? Tra sesso, droga, rock’n’roll, sentimenti “patinati” opportunistici e fasulli? Non ci credo. Quanto tempo dovrai stare in carcere per capire quello che veramente stai perdendo? Credi di essere immortale?

Chi opera nel sistema giudiziario si è interrogato? Si è chiesto, per esempio, perché i delitti contro la persona sono perseguiti con meno forza, meno determinazione, meno “violenza” rispetto a quelli contro il patrimonio?

Si è chiesto che cosa non va in un sistema che applica la condizionale a chi ammazza e lascia liberi pluripregiudicati della peggior specie, che spesso premia addirittura i serial killer, e invece condanna al carcere ostativo un Corona al quale non sono concessi neanche i domiciliari?

Fabrizio Corona ha incarnato la società di oggi. In lui si sono resi solidi la superficialità, il consumismo sfrenato, la sfrontatezza, il non rispetto delle regole, il deliro della trasgressione, della sfida all’autorità, l’”amore” per il denaro, per la vacuità. E tutto questo, in qualche modo, è stato condannato insieme a lui. E va bene.

Solo che mentre lui è in carcere, ciò che ha incarnato continua a circolare e non solo tra i giovani, ma anche tra chi, nel sistema giudiziario e politico, permette che la giustizia diventi “squilibrizia”.

 

Tratto da “L’amore ci salva”, di Barbara Benedettelli.

#lamorecisalva

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