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Milano

Emilou Arvesù e il pugile che l’ha uccisa “per caso”

Tratto da Vittime per Sempre:

“È venerdì 6 agosto 2010. Milano è semivuota. Emilou Arvesu, quarantun anni, filippina, è al suo ultimo giorno di lavoro prima delle vacanze. La donna attraversa viale Abruzzi dopo aver lasciato il più piccolo dei due figli in piscina, Rasel, undici anni. Il vento le sposta i capelli neri e lisci che fanno da contorno a un viso regolare. Pochi passi sul marciapiede e un giorno di sole diventa notte di tenebra. Nessuno sceneggiatore, nessun romanziere, nessun regista. Questa è la vita vera.

All’improvviso Emilou si trova a un centimetro dal suo naso un ucraino di venticinque anni che vive a pochi passi da lì. È alto, ben piazzato e sogna di diventare un pugile. Un sogno che non riesce a realizzare. Fino a quel giorno d’estate almeno. Il suo nome è Oleg Fedchenko e quel venerdì mattina è arrabbiato. Così arrabbiato che sua madre decide di chiamare la polizia perché teme possa fare del male: «Scendo in strada e ammazzo qualcuno!»le avrebbe detto. E una mamma sa quando il proprio figlio parla sul serio.

Quel qualcuno sei tu, esile Emilou. Emilou, nome dolce, come la persona che lo porta.

Oleg tenta di rubarti la borsa. Non ci riesce. Allora prende tra le sue mani grandi e forti la tua testa. Adesso è come una palla da sbattere contro il cemento.

Il sangue schizza via. E anche la tua vita. Ora sembri un manichino. Non reagisci raccontano i testimoni intontita dalle botte così tremende da fracassarti il viso. Il marciapiede è diventato un ring sul quale c’è posto per un solo “campione”. L’avversario non può vincere. Pezzi di ossa, brandelli di carne e di materia cerebrale rimangono a terra, o si spiaccicano contro il vetro della banca davanti alla quale una mamma è stata massacrata.

Fa male leggere queste cose, lo so, ma fa ancora più male subirle, o pensare che le possa subire chi amiamo. È proprio qui, in queste parole tremende e in quello che raccontano, che è scritta una delle grandidifferenze tra una fine naturale e una causata dalla crudeltà umana: è in questa immagine che ti tormenta, che ti viene a trovare di notte e che ti spezza le gambe ogni giorno della tua esistenza.

Secondo l’ordinanza che lo ha tenuto in carcere, scritta dal giudice per le indagini preliminari Cristina Di Censo, Fedchenko era in piena mente compos sui, cioè padrone delle proprie azioni:

L’assoluta mancanza di freni inibitori della violenza, l’incapacità di contenere i propri istinti, la disponibilità di armi, elementi uniti alla prestanza fisica, fanno di lui una sorta di bomba sempre innescata e pronta a esplodere alla minima provocazione.

Nel 2008 era stato costretto a un TSO, un trattamento sanitario obbligatorio per «un’esplosione depressi- va psicotica violenta».Disturbi, però, che secondo il giudice Di Censo:

Non elidono la capacità di intendere e di volere del sog- getto. […] Le modalità e le circostanze dei fatti denota- no una spiccata pericolosità sociale, tale da rendere probabile la reiterazione di analoghi comportamenti delittuosi: Fedchenko ha ucciso una persona a lui del tutto estranea per un movente economico assolutamente sproporzionato rispetto alla gravità del suo agire. Inoltre l’aggressione denota una spietatezza non comune, indice di spiccata capacità a delinquere idonea a replicarsi anche a fronte di sollecitazioni modeste.

Il giudice ha dichiarato la pericolosità sociale del- l’uomo. Chi lo seguirà nel procedimento penale man- terrà la stessa linea? Emilou è stata massacrata per caso. Se non fosse stata lei sarebbe stato qualcun altro. Chiunque altro. Adesso cosa rimane?

oleg_fedchenko_schizofrenico1-231x300Una piccola foto in cui sorride e una tenaglia che si è piazzata per sempre nel cuore di suo marito Alfred e dei suoi due figli Ruzell e Gun. Tra i biglietti lasciati sul luogo del delitto c’è anche il loro: «Ti vogliamo bene “Emmy”». Nel foglio è disegnato un cuore attraversato da una freccia. Non è quella di cupido, è quella della morte nera che spezza tutto. Intanto l’assassino, a cui voglio dedicare davvero poche righe, prepara la sua strategia di difesa: «Non ricordo niente» dice.

Mentre scrivo le indagini sono in corso. Non so se prima di andare in stampa ci sarà il processo. Non credo, visti i tempi della giustizia in Italia. Non posso proseguire, posso solo constatare la realtà di un fatto che ha sconvolto il paese: un delitto esemplare in quanto a brutalità e iniquità. Su facebook Fedchenko si faceva chiamare “Bloodrush”, schizzo di sangue, come quelli, molti, che sono usciti dal corpo devasta- to della donna che ha ucciso. Tra le foto ce n’è una in bianco e nero in cui tiene in mano una pistola, il dito è sul grilletto.

La tua morte è vera. Solida. E chi ti amava adesso è dentro un buco nero, stretto come la tomba che ti avvolge. Tu sei morta, il tuo assassino va curato, capito e restituito come nuovo alla società. Almeno così dovrebbe esse- re. Tu Emilou adesso passi in secondo, terzo, quarto piano. Anzi, nel sottoscala di un tribunale di cui sarai solo ombra. Sono i tuoi cari che devono tenere alti il tuo nome, la tua storia, la tua dignità, anche se si tro- vano dentro un dolore che ne limita ogni passo. Loro devono fare uno sforzo “disumano” per aiutare la giustizia a essere giusta in una società che appena accade una tragedia si dice vicina, ma che poi, quan- do serve, non c’è più. Scompare nella nebbia fitta del tuo inverno personale.

Quando ci si avvicina ai parenti delle Vittime di omicidio si scopre un mondo che si può – o si vuole – solo immaginare. Io sono entrata nelle loro vite in punta di piedi e ho estratto il succo di quelle esistenze brevi, o lunghe, ma sempre interrotte bruscamente da uomini che si sono fatti giudici e hanno stabilito una, due, tre, cento condanne a morte. Chi il male lo subisce rimane intrappolato in una tela che come mastice si appiccica all’anima e scopre che il bene e il male sono solo “opinioni”. Concetti aleatori che alla fine pongono un assassino al di sopra dell’assassinato: il colpevole si trasforma d’incanto in “vittima” che ha ucciso in preda a chis- sà quale evento misterioso. Lui è vivo. Bisogna donargli una nuova esistenza capace di immaginare un futuro. Lo stesso che è stato tolto a tante altre persone, tutte quelle che al morto erano legate e che adesso, per il sistema penale, non contano più. Il bene per uno, l’assassino, supera quello della vita che è stata infranta e di tutte le esistenze che in quella vita c’erano e che ora ne soffrono la perenne mancanza.

Nel dibattito pubblico che riguarda la sicurezza, le norme e le pene, si tende a sminuire l’opinione della gente, la coscienza collettiva che percepisce la paura, l’ingiustizia, la disumanità di alcuni uomini. 

Viviamo in uno Stato di diritto che «è lo Stato dei cittadini».Cosa chiedono i cittadini in tema di giustizia penale? Certezze. Responsabilità. Riconoscimento del danno, delle priorità, della colpevolezza di chi delinque, ma anche dell’innocenza delle Vittime. Chiedono una giustizia penale equa e, anche in questo campo così delicato, meritocrazia: bene al bene e male al male.

Si parla spesso di Costituzione e di diritti umani inalienabilima sempre in riferimento ai detenuti, anche quando hanno seviziato, ucciso. Si parla di umanità, ma la si indirizza da una parte soltanto. Si discute di giustizia, ma si nega che sia a volte ingiusta. Si chiede perdono, ma senza assumere su di sé la colpa. Dell’articolo 27 della Costituzione si dimentica volentieri il primo comma: «La responsabilità penale è personale». Del diritto alla vita si parla solo dopo, quando la vita è stata eliminata. E a chiamarlo in causa è l’assassino, perché alla fine è semplice «Parlare di diritti dell’uomo, di diritti sempre più estesi, e giustificarli con argomenti persuasivi, altro è assicurare loro una protezione effettiva».Può accadere che chi lo infrange attraverso la violenza si trovi poi a chiedere che sia rispettato il suo” diritto a una vita normale, libera. Lo stesso che dovrebbe essere tutelato contrapponendo a chi lo nega agli altri il dovere di pagare un prezzo e invece viene manipolato al punto di trasformarlo nel diritto di vivere in libertà “nonostante” la responsabilità, “nonostante” il dovere. Ma «la funzione primaria della legge è di comprimere non di liberare, di restringere non di allargare gli spazi di libertà, di raddrizzare l’albero storto, non di lasciarlo crescere selvaggiamente. Con una metafora usuale si può dire che diritto e dovere sono come il recto e il verso di una medaglia. Ma qual è il recto, quale il verso? Dipende dalla posizione con cui si guarda la medaglia».

Basterebbe fermarsi e osservare con la ragione e con il cuore aperto quelle vite stravolte, e il motivo per cui lo sono, per capire senza esitazione da che parte si trova la via verso una giustizia incontaminata, saggia ma severa, capace di muoversi verso quell’equilibrio che da troppo tempo manca tra i diversi frammenti della verità.”
Barbara Benedettelli 
©

 

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