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Senso di colpa nel divorzio

Divorzio – Il senso di colpa

Nella vita di ciascuno di noi esiste una condizione di intensa sofferenza capace di bloccarci totalmente. In preda a questo sentimento non riusciamo a stare fermi, ma non possiamo neanche agire, siamo come paralizzati. E’ il senso di colpa che nasce in contrasto alla morale interiore che dentro di noi stabilisce i confini tra bene e maleMa soprattutto quando le nostre azioni o i nostri desideri entrano in contrasto con i codici sociali e culturali unanimemente riconosciuti non è raro punirsi attraverso questo sentimento. Credendo di riuscire a tenere a bada il senso di colpa ci comportiamo come vorrebbero gli altri, con la conseguenza che poi alla fine ci sentiamo in colpa verso noi stesse. In questo modo si generano potenti e incontrollabili reazioni a catena altamente frustranti e autodistruttive.

L’importante è imparare ad aver consapevolezza di tutte le nostre scelte. Dobbiamo capire che non tutti desiderano la stessa cosa e che scegliere di assecondare un desiderio altrui piuttosto che uno nostro alla fine può essere pericoloso per tutti. Il senso di colpa che si origina da un nostro comportamento egoista o superficiale è positivo, perché obbliga a fare i conti con se stessi e a non ripetere azioni “sbagliate”. Ma è molto diverso se il senso di colpa scaturisce dall’aver seguito se stessi e una propria inclinazione. In questo caso, educando quello che in termini psicanalitici viene chiamato il super Io (o morale interiore) a lavorare in sintonia con i nostri desideri più profondi, possiamo dare importanza alle nostre priorità, che non necessariamente ledono i diritti altrui. E’ ammirevole chi pensa agli altri prima che a se stesso, ma una scelta del genere non è può originarsi dal senso di colpa. L’altruismo forzato, nella maggioranza dei casi, genera frustrazione: percepiamo gli altri come nemici o semplicemente come dei pesi dai quali non riusciamo a liberarci, anziché considerarli una sorta di prolungamento di noi stessi cui ci rivolgiamo con un autentico e appagante desiderio di solidarietà.

Nella vita ci troviamo continuamente a scegliere tra due categorie di valori differenti e spesso in contraddizione tra loro, da una parte l’imperativo pratico e dall’altro la morale cristiana: guadagnare e donare, libertà e obbedienza, scelta e dovere, bisogni propri ed esigenze altrui. Riconoscere la contraddizione e trovare il modo di volta in volta di mediare è il solo modo che abbiamo per non vivere nella frustrazione. Il senso di colpa che scaturisce dall’aver scelto, o anche solo pensato di scegliere, un valore piuttosto che l’altro, consuma il nostro presente, e c’immobilizza impedendoci di evolvere. Il senso di colpa per qualcosa che deve ancora avvenire ma che la nostra mente rende reale attraverso l’immaginazione, c’impedisce di scegliere cosa è meglio per noi, obbligandoci a una vita in cui dominano l’inquietudine e la sofferenza.

Sentirti in colpa per una scelta fatta che ha poi innescato meccanismi di dolore o rifiuto nelle persone coinvolte, impedisce di vivere con consapevolezza, responsabilità e serenità le tue decisioni. Ti potresti tormentare con pensieri terribili, in cui ti sembra di assumere le sembianze di un mostro cinico e spietato che infligge torture a chi gli capiti a tiro. Non riesci a godere delle gioie che il cambiamento ti offre perché pensi – o ti fanno credere – che la tua soddisfazione significhi la sofferenza di qualcun altro. Spesso è la persona stessa che temi di avere ferito, a usare il dolore per manipolarti o farti desistere dalla strada intrapresa. Far capire di essere vulnerabile può essere molto controproducente per te. Le persone che vogliono ottenere qualcosa, infatti, useranno la tua vulnerabilità, la sensibilità e i condizionamenti per insinuare in te il senso di colpa, che in breve si trasformerà in una potente arma in grado di farti tornare indietro o di farti sentire terribilmente in errore.

Da un altro punto di vista, il senso di colpa è un alibi, un motivo per non agire, per lasciare tutto così com’è. E’ sicuramente più facile, anche se terribilmente frustrante, rimanere immobilizzati aspettando che la situazione si risolva da sé. Intanto la vita scorre, tu invecchi e le possibilità di scelta potrebbero diminuire. Ma che importa? Almeno puoi sempre dire di essere brava, buona, premurosa, capace di sacrificarti. E intanto gli altri fanno quello che vogliono, soddisfatti per aver scelto per te, che invece ti trovi in gabbia. Il senso di colpa ci viene insegnato dalla cultura in cui viviamo: scuola, religione e istituzioni lo usano come mezzo di controllo. Ci si può sentire in colpa per qualsiasi cosa, per non aver lasciato il posto a sedere sul tram a una signora anziana, anche se siamo appena stati operati al menisco; per non aver dato la mancia a un cameriere, anche se il conto al ristorante è stato salato; per non aver fatto l’elemosina, anche se il poveretto ha parcheggiato dietro l’angolo un auto di grossa cilindrata o potrebbe essere un potenziale svaligiatore di casa nostra; per aver preferito una partita di calcio alla messa domenicale e così via. Basta l’occhiata di disapprovazione di un estraneo qualsiasi per sentirci terribilmente in difetto. In alcuni casi questo sentimento risulta essere un’ottima scusa anche per gli assassini, che, guarda caso, si sentono particolarmente in colpa solo dopo essere stati scoperti. Eppure, spinti da esso, potevano confessare e costituirsi. Uccidono brutalmente, poi mostrano un gran senso di colpa e lo gridano al mondo e tutti in coro a dire: «Poverino, quanto soffre! Perdoniamolo.

Non possiamo tenerlo in quella squallida prigione. Anzi, visto che soffre così tanto, che riesce a provare un così grande ed evidente senso di colpa facciamone un martire. Lui non voleva uccidere, è stata la Vittima a chiederglielo! Quella Vittima che persona orribile era, pensate che ha fatto scattare in questo poverino un meccanismo per cui ora soffre pene insopportabili. I parenti della vittima? Ah sì, poverini pure loro, ma se la sono cercata!» La nostra società usa il senso di colpa per controllare le persone e lo eleva a valore, tanto che basta sentirsi in colpa per alleviare anche il crimine più terribile. Una vera schifezza. Nella separazione dal coniuge, il senso di colpa gioca un ruolo importante. E’ distruttivo e autodistruttivo. Il divorzio contraddice i valori cristiani. Chi per primo prende la decisione di avviarlo porta radicato in sé il convincimento che separarsi è male. «Tu devi sopportare – può capitare di sentirti dire -, magari uccidere il coniuge che non reggi più, tanto poi, se mostri di sentirti in colpa la collettività ti redime, ma assolutamente non puoi divorziare».

Devi proteggere il matrimonio ad ogni costo. E’ come se qualcuno ti dicesse: “Anche se non c’è più amore devi rimanere lì, altrimenti sarai punito”. Ma ci può essere punizione peggiore di vivere un rapporto in cui non c’è amore? Siamo sicuri che Dio desideri questo? Del resto nessuno t’impedisce di amare! Puoi sempre avere una relazione extraconiugale, così il matrimonio rimane in piedi, conseguentemente sentirti in colpa e in tal modo risultare meno responsabile. Puoi vivere nella menzogna e insegnare ai tuoi figli che sacrificare la vita in nome di un’istituzione, quale è il matrimonio, è meglio che scegliere la verità dei sentimenti. Anzi, potresti usare proprio i tuoi figli, quando sarai scoperta in flagrante mentre, animata da pesanti sensi di colpa, hai instaurato una relazione con il primo uomo che capita, puoi sempre dire: “Poverini, non volevo farli soffrire, ero piena di sensi di colpa solo all’idea di separarmi dal loro padre, come avrebbero fatto a sopravvivere!”. Magari il tuo compagno, sarebbe pure disposto a sopportare un tuo amante, mettendosi la dignità sotto i tacchi. Minacciando un improvviso esaurimento nervoso potrebbe anche pensare di portarsi una pistola alla tempia, prendendosi cura, però, di lasciare una lettera in cui afferma che la colpa è tutta tua!

Potrò sembrare cinica e spietata, ma credo che frasi di saggezza popolare del tipo “ognuno è responsabile di se stesso”, e “ognuno ha ciò che merita”, e “Dio aiuta chi si aiuta” e “chi pensa per sè pensa per tre”, anche se possono sembrare pura retorica, sono affermazioni che, ti garantisco, hanno una loro ragion d’essere.

Ognuno è responsabile di se stesso e delle reazioni alle proprie scelte o non scelte. Quest’ultime, il più delle volte, sono la conseguenza di uno stato interiore di dolore. La sofferenza è contagiosa. Vivere insieme a una persona che soffre corrode l’esistenza di tutti coloro che gli stanno vicino, a meno che questi non abbiano sviluppato l’incapacità di sentire – nel linguaggio scientifico si parla di un deficit del sistema limbico – sia la sofferenza propria, sia quella altrui. Si tratta però di casi disperati che vanno assolutamente sottoposti all’intervento di uno psichiatra. In tutti gli altri casi bisogna, per il quieto vivere di ognuno, prendere atto che qualcosa non gira per il verso giusto, cercare di aggiustarlo, cambiarlo o, quando non è possibile, accettarlo.

I sensi di colpa che seguono una scelta, e che talvolta sono generati da chi la subisce, non sono utili a nessuno. Anzi mi correggo, in realtà servono a chi è costretto a subire la decisione altrui, poiché li userà come arma contro di voi che avete operato la scelta. Un’arma che prima o poi si rivelerà a doppio taglio. Coltivando l’illusione di farvi ricapitolare, la persona in questione, da una parte, otterrà il vostro malessere, v’impedirà di portare avanti il cambiamento e d’usufruire dei benefici ottenuti; dall’altra ostacolerà se stesso nell’accettare la sconfitta e nel mettersi in discussione nel tentativo di prendere nelle proprie mani la propria vita, rimettendola sulla giusta carreggiata.

Ognuno ha ciò che si merita e ciò che con “consapevole incoscienza” cerca. Nessuno si separa se vive un’autentica condizione di benessere. Quando in un’unione sono presenti sentimenti come amore, stima, rispetto e volontà di confermare ogni istante il proprio vivere insieme, non esiste nessun motivo per andarsene. Purtroppo, uno dei più grandi difetti degli uomini, è quello di credersi onnipotenti e indispensabili. Danno per scontato che la compagna che li ha scelti una volta, quando all’inizio della relazione mostravano fieri tutte le loro qualità migliori, continui a sceglierli per sempre. Sbagliato! Ci si sceglie ogni giorno, perché nulla è statico. Tutto è mutevole e stare insieme non è facile come fare una passeggiata. Non è raro sentir dire ad alcuni uomini: “Sei cambiata. Non sei più la donna che ho sposato. Cosa ti passa per la testa? Sei impazzita!”. E magari non si accorgono che dal giorno del matrimonio sono passati anni, se non decenni, e che è vero che siete cambiate, perché a vent’anni non si è come a trenta, e l’evoluzione non è vuota teoria. Cercano di farvi sentire in colpa perché dieci anni prima gli avevate promesso amore eterno e oggi, per mantenere vivo questo amore, gli chiedete di guardare la farfalla che è uscita dal bozzolo, di amarla e volare con lei. Peccato che loro vedano solo il bozzolo, rimpiangono il bruco, pensano che voi siate un’altra e le farfalle le vanno a cercare fuori! Magari cedete ai sensi di colpa e, invece di volare, vi rintanate in quel bozzolo lasciandovi morire piano piano senza avere mai volato, però almeno lui è contento. Sveglia!

E’ ora di farla finita con questo tipo di atteggiamento. La vita è vostra e avete il diritto di viverla con chi volete. Il matrimonio non è la tomba dell’amore, dove riposano in pace sogni, desideri, progetti. Non è l’ultimo stadio dell’evoluzione di un’unione d’amore, è un’istituzione dello Stato e della Chiesa per mezzo della quale due persone sono riconosciute come coppia e come famiglia con diritti (tra i quali quello di divorziare) e doveri (tra cui aiutare l’altro a crescere e a superare le difficoltà rispettando la sua personalità). Un matrimonio finito non è il fallimento di tutta un’esistenza. E’ vero, nel momento in cui hai deciso di mettervi fine hai infranto una “regola” istituzionale e cristiana, ma lo hai fatto in nome di un altro valore, contrapposto al primo, ma di uguale importanza, che tende a rendere la tua vita, e quella di chi ti sta accanto e subisce i tuoi umori, meno insopportabile possibile. Tu hai istituzionalmente il diritto di sposarti quanto quello di separarti. Di fronte a Dio, hai il dovere di vivere in verità e amore. Uno dei Dieci Comandamenti dice: “Non mentire”, rispettalo. Non mentire a te stessa, non mentire agli altri, specie se ti amano. L’impressione di aver fallito genera in chi vive una separazione grandi sensi di colpa, che spesso rendono intollerabile l’esistenza.

Chi vive la separazione come una sconfitta personale non riesce ad accettarla. In questo modo preclude un nuovo inizio non solo al coniuge ma anche a se stesso, rimanendo intrappolato in un passato dal quale non riesce a cogliere nessun tipo d’insegnamento. Ciò che rende ancora più forte la sofferenza, in questi casi, è il rifiuto ad accettare le proprie responsabilità che vengono addossate all’altro, perché è meno angosciante attribuire le colpe dei propri errori a fattori e persone esterni al proprio essere. Pur riconoscendo nel proprio intimo la mancata attenzione ai bisogni, ai mutamenti e alle insoddisfazioni dell’altro, c’è chi continua ad atteggiarsi a vittima, non solo davanti agli occhi del mondo, ma sopratutto di fronte al coniuge. Le parole di un uomo, in occasioni come queste, suonano più o meno così: “Tu sei la causa del mio dolore. Hai rovinato la mia vita. Mi hai spezzato il cuore, sei un demonio! Una strega!. Giochi con i miei sentimenti. Se te ne vai morirò e tu ne sarai la causa. Con tutto quello che ho fatto per te, come puoi farmi questo?”. S’instaura così un circolo vizioso di dolore, in cui anche provando a tornare sui tuoi passi non saresti felice, anzi soffriresti di più, perché avresti involontariamente sacrificato la tua vita. Non c’è niente di peggio.

Il sacrificio, la rinuncia, devono essere frutto di una scelta personale e consapevole. Solo così possono dare gioia, altrimenti non fanno che amplificare il dolore. Nel caso assecondassi le sue richieste il partner ti accuserà, ironia della sorte, di non amarlo abbastanza e di stare con lui solo perché altrimenti morirebbe. Ha voluto farti tornare ma ora non gli sta più bene. Ti controlla, limita ogni tua pulsione e movimento, ti chiede l’impossibile, ti manipola. Il matrimonio diventa un inferno. Non sarà più uno solo della coppia a soffrire e a dover trovare il modo di guarire. Sarete in due e anche di più se avete figli, e il dolore sarà così grande da non prevedere antidoto. Non si può tornare indietro. Allo stesso modo in cui, se domani ci trovassimo immersi a vivere nell’età della pietra, non riusciremmo più a sopravvivere. Indietro non si torna. Il senso di colpa s’ingigantisce e questa volta è diretto nei tuoi confronti, che da “carnefice” rischi di diventare vittima e, guarda caso, la “vittima” diventa carnefice di entrambi. Il tutto si trasforma in rabbia distruttiva. Ti arrabbi col mondo, tratti male chi ti sta intorno, diventi acida e cattiva. Tutto perché non hai tenuto fede alla tua decisione. Ti sei fatta tramortire dal senso di colpa. Ti sei sentita responsabile del dolore altrui. Ma non ti senti ugualmente responsabile di quello che hai causato a te stessa? Sei certa che al tuo posto, il tuo compagno si sarebbe fatto i tuoi stessi scrupoli?

Ricordati che ognuno è responsabile unicamente di se stesso. La realtà va cambiata o accettata. Se non è possibile cambiare una determinata situazione dobbiamo imparare a conviverci, senza scaricare il peso della nostra sofferenza su chi ci circonda, e senza subire il peso del malessere altrui che non farebbe altro che crearne uno più grande e deleterio. Se decidiamo di accettare una condizione, perché ci rendiamo conto che non possiamo cambiarla, dobbiamo trovare un nuovo modo di vivere all’interno di essa, un modo che non vada contro i nostri valori più inalterabili, bensì che ci permetta di mettere in discussione e integrare solo quelli più flessibili.

Ognuno ha ciò che merita e che cerca, ed è responsabile delle proprie sconfitte. Se una persona ha sbagliato è perché non ha fatto quello che doveva fare nel momento in cui andava fatto. Non ne ha avuto la forza o gli è mancata la saggezza. Si trova di fronte alla d’imparare necessità una lezione. Non c’è colpa in questo, se non per se stessi. Sono certa che non ti sei alzata una mattina pensando: “Che faccio oggi? Bhè, mi separo!” Sicuramente il processo che ti ha portato a questa decisione è stato lungo e sofferto, ed essendo la natura femminile creatrice, hai fatto di tutto per cercare di salvare la tua unione. Purtroppo lui ha fatto finta di non capire la gravità della situazione. Non ha dato peso alle tue crisi da “femminuccia”, ha considerato le tue richieste come capricci da bambina viziata, ha dato per scontata la tua presenza. Inoltre ha sicuramente pensato che non saresti mai stata in grado di cavartela da sola. Poi un bel giorno ti sei stancata di parlare al vento e hai detto con ferma risoluzione: “Io me ne vado”. E lui è caduto dalle nuvole. Allora sono cominciate le tragedie.

Lui, che fino a un momento prima neanche ti prendeva in considerazione, si getta ai tuoi piedi disperato, ti promette mari e monti, ti riempie di regali, ti sommerge di tenerezze e quando ti vede implacabile, striscia ai tuoi piedi perdendo l’ultimo briciolo di dignità. Il primo giorno che si trova da solo ti chiama disperato perché non trova le mutande preferite, non sa a chi fare aggiustare i calzini, o che cravatta mettere. Si accorge di quanto ti ama nel momento in cui deve raccogliere i bisogni che il cane ha sparso sul pavimento di casa, o quando deve alzarsi al mattino per accompagnare il bambino a scuola. Ti supplica di tornare, perché senza di te non ce la fa. Piange al telefono e, senza neanche accorgersene, ti chiama come la madre. Gli viene la febbre a quaranta gradi perché hai lasciato la finestra aperta e non sa se, per farla passare, sia meglio l’aspirina o il guttalax. Ragazze, abbiamo scherzato con la biogenetica e abbiamo creato il “bambuomo”. Assumiamoci le nostre responsabilità e imponiamogli di crescere. Nel frattempo noi ritroviamo la nostra femminilità e smettiamo di fare solo le mamme. Impariamo ad amarci e a non farci trattare come cameriere, infermiere o balie.

Dio aiuta chi si aiuta, quando finalmente troverai la forza di essere pienamente te stessa, quando ti renderai conto di essere una creatura di Dio degna d’essere felice, quando deciderai di aiutare te stessa a rinascere, qualcosa di magico ti verrà incontro.

Chi pensa per sé pensa per tre, pensa a te stessa anche se ti sembrerà di seminare solo dolore. Nessuno merita una compagna insoddisfatta o infelice. Aiutandoti a trovare la strada per star bene, darai a lui la possibilità di trovare una partner in grado di amarlo come tu non sai più fare. Sii dura con lui come lo sei con i tuoi bambini quando vuoi insegnargli qualcosa di importante. Quando li punisci e sei irremovibile, nonostante le loro grida, il loro pianto, lo sguardo triste e pieno di rabbia. Dentro ti senti macerare ma non cedi, perché sai che il male che hai inflitto loro è indispensabile a fargli capire le conseguenze di una certa azione, anche se ora non se ne rendono conto. Anzi in quel momento ti odiano, e già così piccoli faranno di tutto per farti sentire inadeguata. Ti guarderanno con gli occhi pieni di lacrime e le labbra piegate all’ingiù, ti diranno che sei cattiva, ma tu terrai duro perché sai che un giorno, forse lontano, ti ringrazieranno.

Quando ti senti in colpa per aver preso la decisione di andartene, invece di rimuginare sulla colpa e sulla sofferenza inflitta all’altro, chiediti se la decisione che hai preso è giusta per te. Se lui non soffrisse tu saresti felice e libera di vivere la tua nuova vita? Nonostante l’incertezza che provi, sei certa che per te sia stata la soluzione migliore? Non pensare alle paure, alle angosce del domani, concentrati piuttosto sul momento presente. Immagina che lui stia bene, come ti senti? Se ti senti in armonia con te stessa, è la decisione giusta. Se lo è per te lo sarà anche per lui, anche se ora non ne è cosciente. Entrambi meritate amore. Se non può più essere tra voi sarà altrove, ma sarà.

“Trovate quello che una persona teme di più. E quello sarà il suo prossimo sviluppo”, (C. G. Jung).

Barbara Benedettelli ( Punto e a Capo – Mondadori, 2004)

2 commenti

  1. Buongiorno Emanuela,
    capisco cosa sente, ma la prego, non perda la sua vita dietro a qualcosa che non c’è più. Se si chiude in se stessa si chiude all’esistenza. Si faccia aiutare. Provi ad andare in terapia, l’ho fatto anche io nei momenti bui della mia vita. Guardi dentro di sé, si concentro su di sé. Non possiamo vivere di rimpianto. Si faccia aiutare per emergere più bella di prima. Quarantotto anni non sono la fine del mondo (io ne ho 49 e credo di avere ancora tante sorprese davanti a me). Si faccia aiutare… Un caro saluto

  2. Quali parole più azzeccate, che meglio di altre mi permettono di riconoscermi. è difficile accettarsi. accettare di aver pensato alla propria sopravvivenza interiore, lui uomo gentile, buon padre. cosa volevo di più. di essere amata, considerata. due figli a cui ho detto che la nostra famiglia non sarebbe stata più quella di prima. mia figlia, quasi diciottenne, continua a dirmi che l’unica persona che non ha ancora trovato il suo equilibrio dopo il lutto della separazione, sono proprio io. che fare? vivo nel passato, non vedo futuro. lui si è rifatto una famiglia. i figli crescono e io mi sento sempre più sola. ho quasi 48 anni, da sette separata. una storia d’amore durata tre anni, dopo due dalla separazione, finita malissimo, che mi ha distrutto internamente. senso di colpa nei miei confronti, nei confronti dei figli. senza un padre sotto lo stesso tetto. loro pensano alla vita che gli aspetta, il padre è felice con la nuova compagna. Lui, a differenza del protagonista del suo articolo, non ha fatto nulla per potermi recuperare. è rimasto impassibile, se non qualche piccola richiesta quasi buttata lì per caso. come se non fosse per me ma solo per i figli. io desideravo un uomo vicino a me, che condividesse un obiettivo di vita comune. ora mi pento amaramente. i figli ci dedicano sempre meno tempo, e il poco che ci donano lo dobbiamo dividere a metà. mi chiedo? cosa sarebbe stato di me se avessi continuato la mia storia matrimoniale? questo mi tormenta e non mi fa vivere il presente. La ringrazio tantissimo per la sensibilità utilizzata nell’affrontare un argomento così particolare. io non sono credente, ma penso di avere gli stessi valori di famiglia che può avere un cristiano. ho dedicato tutta me stessa per cercare di recuperare ciò che non sono riuscita a fare. Quante volte devo ancora battermi il cuore e pronunciare il mea culpa?

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