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Braccia aperte verso il cielo

Dio o/è Amore?

Dio o/è Amore? Cosa spinge il laico a dare e darsi all’Altro?

Per millenni abbiamo trovato il pieno in Dio, che è stato, ed è tuttora per alcuni, una delle relazioni fondamentali dell’esistenza umana. Una guida morale, un “giudice” imparziale, un punto di partenza e di arrivo.

Ma in quanti oggi sentono Dio e ne seguono gli insegnamenti, la direzione che Ci ha indicato? E dove trovare una legge morale superiore capace di mettere d’accordo tutti, credenti e non, e di legarci uno all’altro nel cammino di un’esistenza che percorriamo sulla stessa terra e nella stessa epoca, ma estranei perfino a noi stessi?

Umberto Eco nel suo dialogo con il Cardinal Carlo Maria Martini, nel libro Cosa crede chi non crede?, lo interroga su come sia possibile che: 

alcune persone “fondino il dovere della prossimità e della solidarietà anche senza ricorrere a Dio Padre e Creatore di tutti e a Gesù Cristo nostro fratello”.

Eco si chiede dove il laico trovi la luce del bene, che cosa lo vincoli alla scelta del bene. Il Cardinal Carlo Maria Martini risponde che

“…ci sono forme di religiosità, dunque di senso del sacro, del limite, dell’interrogazione e dell’attesa, della comunione con qualcosa che ci supera, anche in assenza di fede in una divinità personale e provvidente”. Martini parla di “universali semantici” ovvero di “nozioni elementari comuni a tutta la specie umana”.

Io credo che “l’universale semantico” (e non solo) che possa assumere il valore di “assoluto” e diventare la base di un’etica che possa essere per chiunque “la luce” che indirizza il cammino, sia l’amore.

L’amore per la vita dunque anche per l’Altro.

Quell’amore che spinge anche chi non ha il dono della fede a vivere una profonda spiritualità, a donare parte dei suoi giorni a chi soffre, a provare sentimenti di compassione, di empatia, di pietas e di amore fraterno verso un altro essere vivente che non fa parte della sua cerchia familiare o amicale.

Come afferma ancora Martini nel dialogo con Eco, non sempre la luce di Dio è così forte da impedire anche a chi crede di “strappare il cuore a un bambino vivo pur di non morire lui”.

Per essere “disumani” non è sufficiente non essere credenti. Penso che la differenza sostanziale tra chi ha la fede e chi non ce l’ha, stia esclusivamente nel fatto che il secondo va verso l’Altro in nome dell’umanità a cui sente di appartenere e all’amore per la vita, mentre il credente lo fa innanzitutto in nome e per conto di Dio.

Dio è il nome che diamo a qualcosa che non ha corpo, che non è materia, persona, oggetto.

E’ una presenza e, in quanto tale, l’avvertiamo dentro di noi anche quando in quel Nome non crediamo. E questo Dio senza forma, come lo è un sentimento umano, e al quale diamo un nome che non gli è proprio per restringerlo in un campo delimitato dunque raggiungibile, possiamo chiamarlo semplicemente Amore.

Perché l’amore è una potenza a disposizione di ognuno. Un’ universale non solo semantico, ma anche naturale.

Oggi consideriamo la bontà, la compassione, l’”amore fraterno”, sentimenti, virtù, che possono essere provati ed esercitati solo dai credenti. Ci stupiamo di fronte all’ateo, all’agnostico e al laico che si danno, e quando accade pensiamo che ci sia un secondo fine. Che sia innaturale. Se poi chi compie opere di bene lo dice ad alta voce, ecco che viene immediatamente accusato di speculazione: “ Il bene non si racconta!” dicono. Non la penso così.

Ciò che vediamo quotidianamente, che raccontiamo, è il male: omicidi, furti, corruzione, squallore, egoismo, aviditàSiamo bombardati ogni giorno dalla negatività.

Io voglio vedere il bene! E non lo voglio vedere solo da parte di chi lo fa in nome di Dio. Se ci sono persone che danno e si danno, lo voglio sapere, perché il bene porta il bene. E’ contagioso. Va mostrato. Sia che lo si faccia verso coloro che i cristiani chiamano “fratelli”, sia che li si chiami semplicemente “gli altri”.

Papa Francesco, durante l’omelia pronunciata a Caserta lo scorso luglio, ha detto che “dare il primato a Dio significa avere il coraggio di dire no al male, alla violenza, alle sopraffazioni, per vivere una vita di servizio agli altri e in favore della legalità e del bene comune.”

Il Santo Padre mi perdoni, ma vorrei sostituire da questa frase la parola Dio con la parola Amore. Il senso non cambia, ma se lo chiamo amore quella battaglia contro il male è anche la battaglia di chi non crede. E’ di tutti!

Come afferma Ferdinandno Savater ne Il coraggio di scegliere

“L’uomo ha bisogno di un simbolo pratico di quello che è e che fa, per poter essere e fare. Di solito, questo simbolo pratico non è monoposto o privato, bensì condiviso con molti altri(…). Ogni simbolo pratico della vita che auspichiamo, è un vincolo sociale, una religione (da religione, stabilire un’unione o un legame interpersonale codificato di carattere virtuale).”

E allora auspico una “religione” dell’Amore, dove l’amore è simbolo e insieme potere, parola e contemporaneamente azione. E’ una legge morale. Un legante che tutti possono riconoscere, con o senza Dio.

Un Dio che ci ha donato gli occhi per vedere, ma che a quegli stessi occhi si cela richiedendo un atto di fede che non sempre è possibile. Perché vedere, come afferma Don Antonio Amore, commentando il motto dell’Ostensione del 1998,“è una componente importante dell’esperienza umana”.

“Senza vedere, l’uomo si sente perduto”.

E se quello che vediamo è solo l’orrore che si presenta quotidianamente ai nostri occhi, la pochezza umana, la meschinità di alcuni, la mediocrità, la cattiveria, la bassezza a cui gli esseri umani arrivano nel trattare gli Altri come cose da usare e gettare via, allora l’atto di fede diventa un atto di coraggio perché dal Dio buono che ci viene presentato ci aspettiamo che dopo millenni di terrore e distruzione ci dia il segno tangibile della Sua presenza.

Una presenza che per ora possiamo solo intuire di riflesso, attraverso le azioni di chi quella fede ce l’ha forte e vede un miracolo dove altri vedono ancora più chiaramente il prodotto dell’amore.

Tratto da “L’AMORE CI SALVA” di Barbara Benedettelli ( Imprimatur Editore)

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