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Chi muore resta sul fondo del mare…

E’ sul fondo del mare, che secondo Montale, si posa la memoria delle persone scomparse. Il ricordo di un uomo è lì, schiacciato sotto il peso di un abisso che pochi possono attraversare. Chi muore vive senza esistere dentro chi l’ha amato in giorni di un passato che non ha più futuro. Non è più vivo per la terra, per la legge, per la giustizia, ma esiste ancora in chi è stato parte del suo destino. E questo, la legge, come la giustizia umana, non lo possono cancellare.

 

 

So che si può vivere non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno l’ha veduto.
So che si può esistere non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzufino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri, oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.

Ora,uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

(Raccolta Satura 1970)

 

 

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