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Alessandro Sallusti
Caso Sallusti, condannato

Caso Sallusti. E’ in gioco la reputazione mica la vita!

Sallusti viene condannato a 14 mesi di carcere senza attenuanti e senza condizionale. Massima severità. Ma chi nega la vita è libero.

Uno può amare o odiare Sallusti. Può essere o non essere d’accordo con le sue idee politiche, con il suo modo di essere giornalista. Diciamo anche, se proprio dobbiamo dirlo, che ha commesso un reato, quello di diffamazione, che rientra nella sfera del penale. O quello di omesso controllo, su cui ci sarebbe tanto da dire. E’ Sallusti, ma poteva essere Travaglio o chiunque altro, non è importante il nome per il discorso che mi appresto a fare.

Non entro nel merito della vicenda se non per dire che l’articolo incriminato era un articolo scritto a tutela del bene più prezioso che abbiamo: la vita. O almeno così dovrebbe essere. E proprio di tutela della vita voglio parlare. Perché a quanto pare non siamo più in grado di comprenderne il valore.

Da tempo sono vicina ai familiari delle Vittime di omicidio, in particolare di omicidi stradali, omicidi che rientrano, penalmente parlando, nella sfera del colposo ovvero che non sono, secondo il codice penale, volontari. E ho scoperto, con sconcerto, sdegno e infinita tristezza, che le condanne non corrispondo a pene effettive grazie ai numerosi istituti premiali e a una cultura che pone la responsabilità personale sempre al di fuori di noi stessi. Insomma, le cose accadono. Amen! Andate in pace.

E’ più facile per noi metterci nei panni dell’omicida che in quelli della Vittima, al punto che l’omicida si sente lui stesso Vittima dei familiari delle Vittime che chiedono una giustizia che non c’è. E scusate le ripetizioni, sono volute. Un paradosso che per alcuni non è neanche tale. Nel tempo, andando in giro per il Paese a parlare di queste vicende, ho dimostrato quanto è più facile diventare Vittime. E sono contenta perché le persone che hanno ascoltato le mie parole e le testimonianze dei familiari di chi è stato spazzato via in un nano secondo dalla faccia della terra, hanno capito: può accadere a chiunque di diventare Vittima a sua insaputa mentre sta semplicemente vivendo, capita invece di diventare un omicida a chi corre il rischio – sapendo di correrlo perché ce lo hanno spiegato in tutte le lingue – passando con il rosso, andando a folle velocità in un centro urbano, facendo un sorpasso in curva ecc.

Quelli che noi chiamiamo scioccamente e impropriamente incidenti sono, nel 90% dei casi, veri e propri reati. Ma né la società, né la legge, né la giustizia li ritiene tali. Purtroppo neanche tanti giudici. Ed ecco che ogni anno muoiono migliaia di persone, tra cui tantissimi giovani. Molte di più di quanto le sommarie e incomplete statistiche ci dicono. Diciamo che ogni anno sparisce un paese. Eppure a chi lo fa sparire si dà quasi d’ufficio la condizionale, insieme al patteggiamento, al rito abbreviato e gli si restituisce pure la patente in tempi brevi con una pacca sulla spalla perchè la libertà è sacra. Più della vita, pare. “Non lo fare più, vai in pace”. Amen!

E qui vengo al dunque.

L’articolo 49 della carta Europea dei Diritti Umani chiede che le pene siano proporzionate al reato. Ora vorrei mettere a confronto due reati diversi, con ripercussioni diverse sulla vita delle persone, sulla pericolosità sociale, sull’entità del danno provocato, ma che hanno in comune la non proporzionalità.

Prendiamo un caso chiuso, quello di Antonello Zara, ucciso nel 2008 in Sardegna, doce era in vacanza, da un ragazzo che “mentre effettuava una curva destrorsa, per negligenza, imprudenza, imperizia, violazione di leggi e regolamenti, nel procedere alla velocità di circa 81 km/h, superiore al limite generale di velocità nelle strade urbane (50 km/h) e comunque non commisurata alle caratteristiche del tracciato stradale, invadeva completamente la corsia di marcia apposta ove sopraggiungeva il ciclomotore guidato da Zara Antonello, andando così a collidere contro il medesimo, con conseguente violentissimo urto, nel quale Zara Antonello riportava lesioni personali che ne provocavano il decesso . Pena base mesi 27, concessione della attenuanti generiche = mesi 18; riduzione ex articolo 444 c.pp.= mesi 12;[…] Per quanto precede,la pena concordata dalle parti appare correttamente determinata e adeguata. […]Può essere concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena, in quanto si tratta di soggetto incensurato e può ritenersi che in futuro si asterrà dal commettere reati.

La Vittima è solo “un cadavere” capitato sulla sua strada. Il solo per cui si ha riguardo nonostante la sua «negligenza, imprudenza, imperizia, violazione di leggi e regolamenti» è il colpevole. L’impunità non è percepita soltanto, è legalizzata. Reale come quel: «si tratta di soggetto incensurato e può ritenersi che in futuro si asterrà dal commettere reati». È un omicidio, ma anche di questo, nella sentenza non si parla. Per pudore? «La pena concordata dalle parti appare correttamente determinata e adeguata». Ecco, appunto “appare”. Anzi, neanche questo. Il passato è morto insieme ad Antonello. La legge guarda al futuro e nella sostanza non punisce sulla base della presunzione che essendo incensurato il reo si asterrà dal commettere altri reati. Presunzione, qualcosa di totalmente incerto. Ma rischiamo. Intanto per il reato già commesso, gravissimo, la condanna penale nei fatti è pari a zero. Zero, il valore di una vita umana. La responsabilità personale di cui si parla all’articolo 27 della Costituzione è superflua. È un concetto che riguarda l’atto commesso, ma l’atto commesso qui sembra non contare più. La libertà del reo, in questo caso, viene prima della libertà di vivere negata per sempre a un ragazzo appena trentenne e alla sua famiglia.

E adesso veniamo a Sallusti. Anzi, leviamogli anche il nome, chiamiamolo “il giornalista”, così evitiamo equivoci e magari anche polemiche spicciole che non c’entrano nulla con gli importanti principi e diritti che vogliamo tutelare. Il giornalista viene condannato a 14 mesi di carcere senza attenuanti e senza condizionale. Massima severità. Niente pacche sulle spalle. I soldi non ci interessano perché qui stiamo difendendo la reputazione di una persona. I giudici sono irremovibili, ci vuole la galera. O almeno i servizi sociali, e li deve fare, senza se e senza ma. Così diamo un segnale forte al pericoloso giornalista e insieme alla categoria intera. La libertà va negata quando si commettono reati di grave allarme sociale! E’ in gioco la reputazione di tante persone, mica la vita!

Dov’è la proporzione?

Barbara Benedettelli

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