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Funerale del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa

Carlo Alberto dalla Chiesa, mio padre

Rita Dalla Chiesa

“Quel” 3 settembre ero sola in casa, stavo guardando in televisione un film con Romy Schneider. Avevo aperto la porta del terrazzo per sentire il profumo della mia pianta di gelsomini. Squilla il telefono. E’ Paolo, un mio amico del TG2. “ Spegni la TV e esci. Ti porto a prendere un gelato. Raggiungimi in via Teulada”. Riattacca senza darmi nemmeno il tempo di rispondere. Strano, chi fa questo mestiere sa che niente e nessuno riesce a staccare un giornalista dalla sua redazione, soprattutto se deve andare in onda l’edizione di mezza sera. Spengo con il telecomando il sorriso bellissimo della Schneider, e prendo le chiavi della macchina. Altro squillo di telefono. E’ il mio ex suocero da Capri, mia figlia è lì con i nonni. “Stai bene? Volevo solo sentirti un attimo, e dirti che Giulia è tranquilla, sta giocando con i cuginetti”.Strano due volte. Scendo in strada, metto in moto, e in quel preciso momento, in quel maledettissimo momento, sento qualcosa che mi si stacca violentemente dentro, dal petto allo stomaco. Qualcosa che non tornerà mai più al suo posto. Apro la capotte della mia vecchia Dyane beige, e guardo il cielo. Un cielo zeppo di stelle, quella sera. E chiedo a mia madre, che fra quelle stelle navigava già da quattro anni, perché non l’hai protetto? Mamma, dove guardavi, perché non l’hai protetto? Ancora adesso che scrivo, a distanza di tanti anni, riprovo lo stesso panico e la stessa disperazione di quella sera. Arrivo non so come sotto la Rai, evitando di accendere la radio per non sentire quello che invece già sanno tutti. E cerco in Paolo un sorriso, il perché del suo andiamo a prendere un gelato. Ma Paolo non mi guarda, tiene gli occhi bassi. E quella cosa che mi si era staccata dentro al petto comincia a farmi un male cane. Vado come in un black out del cuore e dell’anima, non voglio sentirlo parlare, non voglio che mi dica come, quando e perché. Se non so, forse allora non è vero. Risalgo in macchina, preferisco guidare io, almeno ho la sensazione che niente sia cambiato, papà l’ho sentito stamattina, abbiamo riso, scherzato, quindi è tutto normale, no? Invece no, niente sarà mai più come stasera, prima delle 21 e 30.

Un minuto e ti cambia la vita. Un minuto prima anche mio padre ed Emanuela facevano parte della vita.

Anche loro erano in macchina, chissà di cosa stavano parlando, chissà se se ne sono accorti, se hanno avuto paura, se hanno sofferto. Stavano andando a cena al mare, forse mio padre avrebbe chiesto le sue adorate patatine fritte. Erano il segnale in codice di quando, all’antiterrorismo, veniva a cena da me e Giulia. Chiamava e mi chiedeva “mi fai un piatto di patatine fritte e due uova al tegamino?”. Sapevo che dopo dieci minuti sarebbe stato lì. Banale quotidianità tra padre e figlia. E’ quando ti ammazzano tuo padre che ti rendi conto che quella quotidianità non era poi così normale. Non riesco a pensare, mentre guido verso l’Aventino. Voglio andare al giardino degli Aranci e guardare Roma dall’alto. Non voglio che altri vedano il mio dolore. Perché, tanto, l’unica cosa mia, in questa calda serata di fine estate, è proprio lo strazio che mi sta scoppiando dentro. Il resto, le foto sulla A112, la mano di Manu che si intravvede dallo sportello aperto, mio padre buttato su di lei come per proteggerla, l’inutile lotta per la la vita di Domenico Russo, l’agente di scorta, la sofferenza della sua famiglia, le polemiche, le dichiarazioni ipocrite di uno stato che fino a quella sera aveva fatto finta di dimenticarsi della solitudine politica del Generale dalla Chiesa, le monetine e le lattine di aranciata lanciate dalla gente su un governo in fuga sulle auto blu, e tutto quello di cui si è parlato e discusso in questi anni, appartiene alla coscienza e alla memoria storica di ognuno di noi. Certo, anche alla mia, ma solo come cittadina che continua a sperare in un Paese libero e giusto. Come figlia, invece, vorrei un re-wind che facesse tornare indietro la mia vita fino a “quel” minuto che me l’ha devastata. E sapere, finalmente, chi e perché. Senza sconti, però, perché il dolore di noi “familiari delle vittime di qualunque tipo di illegalità” è senza sconti.”

Tratto da Vittime per Sempre di Barbara Benedettelli per Aliberti Editore

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