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Barbarie

La vera barbarie  è non riconoscere la nostra dis-umanità

Si parla spesso di “barbarie” dentro gli istituti penitenziari, di condizioni ai limiti dell’umano dei detenuti, di reintegrazione. Poco, troppo poco, si parla dei motivi per cui le persone che si trovano ad essere “ristrette” sono in regime di privazione della libertà.

Si guarda solo una parte della realtà e così facendo si esclude la possibilità di un intervento libero da ipocrisie, realista, pragmatico ed efficace. Da anni, decenni, si concentra l’attenzione politica, sociale e del volontariato verso chi ha superato il limite della propria libertà. Verso chi della libertà ha abusato.

E questo forse perché ormai l’abuso di libertà è ritenuto, ad ogni livello, “normale”. Si “sventolano” articoli costituzionali come “bandiere” di partito che hanno simboli e colori diversi, senza prendere atto che ci sono verità e diritti innegabili e superiori.

E non ci si interroga con coscienza e responsabilità su come risolvere alla radice il problema carceri, per restare in tema, evidente da anni. Di come “sradicare” il seme che ha fatto crescere una pianta velenosa per l’intera società.

Ancor di più nel momento in cui  si decide che il male minore alla fine è quello che dovranno subire, come conseguenza, i liberi cittadini. Certo non ci si interroga davvero, con mente libera e pura, incondizionata, su come rendere la giustizia davvero giusta per tutti gli attori in causa.

I governi cambiano con la velocità della luce e con i governi le norme, e ciò che resta non è il frutto di un’evoluzione, ma lo scempio di una devastazione. Piano piano, giorno per giorno, stiamo demolendo una civiltà.

Ma ritorno all’inizio del discorso, si parla di barbarie dentro gli istituti penitenziari, un’esagerazione che semmai riguarda casi più unici che rari. Come al solito c’è chi usa parole forti per fare immaginare una situazione diversa da quella che realmente è.

Di barbarie, vera, compiuta da chi nel carcere ci si trova, si discute solo quando esce una notizia “caricata” dai media e poi più niente: accoltellata e bruciata viva; investita da più auto e straziata; uccisi con un piccone. Orrore puro, e reale. Una realtà che i testimoni spesso raccontano con una naturalezza e un distacco che fanno quasi più paura dell’evento primario.

Una verità che poi viene dimezzata e storpiata a favore di uno solo, all’interno del procedimento giudiziario, e non è la Vittima innocente. Tranne eccezioni. Poi tutto tace, al centro c’è sempre il reo, specie quando si tratta di delitti contro la persona. Chissà perché. C’è lui con la sua umanità. E il suo “errore”, che errore non è.

E l’orrore che ha compiuto, che resta. Ma quando questo accade noi tutti perdiamo l’anima, perché non sappiamo più valutare da che parte sia il giusto nonostante quel giusto sia racchiuso in un angolo del nostro Io.

Non siamo neanche più umani se non in superficie, rapiti dal materialismo e dall’ economia. Oggetti, noi, in mano a ciò che abbiamo creato per servirci, e che ora serviamo assenti a noi stessi.

Forse è per questo che sentiamo la necessità di umanizzare all’eccesso ciò che umano non è più. Colui che ha rivolto verso l’altro la propria dis-umanità. Una disumanità che evidentemente è in ognuno, perché “umana”.

Una contraddizione che solo la civiltà ha saputo annullare. La stessa civiltà che stiamo indebolendo senza neanche rendercene conto. Noi non vogliamo guardare la verità, per perdonarci in anticipo dei pensieri tremendi che nella mente uccidono l’Altro ogni giorno.

Non ho la presunzione di cogliere la totalità dell’argomento. Non faccio parte dell’intellighenzia di questo paese, non ne ho l’aspirazione. Ciò che mi muove è quella che si chiama “passione civile”. Ma anche un’umanità che tengo ben viva in me.

Da un lato c’è il dibattito giuridico, dall’altro l’opportunismo politico, dall’altro ancora l’incapacità, anch’essa umana, di assumersi la responsabilità dell’agire e anche del non agire. O di agire nel modo che fa più comodo a noi anche se è dannoso per gli altri.

Nei secoli ci hanno spiegato che la verità non è determinata, non è necessariamente oggettiva e non è ,soprattutto, immodificabile ed eterna. Eppure ci sono lati di essa che non possono essere messi in discussione.

Non possiamo mettere in discussione, per fare un esempio netto, che una persona è morta perché qualcuno l’ha uccisa. Ci troviamo infatti di fronte a un’evidenza. E sinceramente il perché quell’uccisione sia avvenuta interessa poco, ciò che deve contare è l’azione, e quello che ha prodotto.

Quanto sarebbe tutto più semplice se cominciassimo ad accettare che quel dis-umano è in ognuno e che possiamo scegliere se manifestarlo nelmondo o solo nella nostra mente. E che è quella scelta che va giudicata e punita, indipendentemente da che cosa ci ha spinti a farla.

Perché alla fine il dis-umano diventa “umano” ovvero civile solo grazie a un apparato di regole e di leggi tali grazie a sanzioni che dobbiamo temere per non essere ancora “lupi per noi stessi”. Invece discutiamo su ciò che ha provocato quell’evento e qui la verità è davvero impenetrabile.

È infatti impossibile, anche per il più qualificato degli psichiatri, sapere con assoluta certezza che cosa ha mosso le mani di un assassino. Arriviamo perfino a “dimostrare”, attraverso i meccanismi del pensiero che piegano la logica, che quella mano è stata mossa dalla vittima stessa.

Invertiamo le posizioni trasformando un colpevole in vittima e una vittima in colpevole, nonostante la verità che resta sul fondo di una bugia rivestita di verità. Una contorsione linguistica che rispecchia quella oggettiva di un sistema che va cambiato. Con urgenza.

Perché è della prima verità che abbiamo bisogno, non di un vestito che ricopre il nulla e che invece di affermare la nostra presenza nel mondo, il nostro valore, la bellezza di ogni vita, ci rende solo granelli si sabbia in balia del vento.

Ogni nostro passo è un passo verso un nuovo inizio o verso una rovinosa caduta che non coinvolge noi soltanto. Questo lo debbono capire i cittadini comuni, ma ancora di più, e prima ancora, i politici, i legislatori, i magistrati. Loro sì, bisognosi di una civile “umanizzazione”.

Barbara Benedettelli

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