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Barbara Benedettelli

All’omicidio non si può dare ragione

L’omicidio non ha mai ragione, mai una giustificazione per l’atto che è pura espressione del male.

All’omicidio non si può dare mai una giustificazione. A questa morte no, non si può dare ragione. Ecco perché ribalto i ruoli, inverto le posizioni, annullo le distanze, trasformo il lettore in giudice e me stessa in un avvocato che conoscendo solo la legge del cuore tenta una difesa convulsa e appassionata, per tutelare la dignità e l’onore della Vittima, il suo diritto “ad esserci stata”.

L’arringa: 

Silenzio in aula! L’accusa afferma che le Vittime devono restare nell’ombra. Ora la parola va alla difesa. Si sgomberi la testa, si liberi la strada che collega l’anima e la ragione, si chiudano per un istante gli occhi e ci si concentri sul flusso del sangue che scorre nelle vene. È la vita signori! Senza non c’è niente. 

Apriamo gli occhi, guardiamoci intorno: ogni individuo è parte del mondo in cui quella vita si materializza, si svolge. Voltiamo la testa e posiamo lo sguardo sul volto della madre che l’ha generata quella vita e poi l’ha vista svanire nel sangue, nella carne livida. In questa donna c’è tutto. 

Al centro della scena, quello che agendo ha spezzato l’incanto: l’ assassino. Cosa nasconde il suo cuore impenetrabile? Quali pensieri popolano la sua mente? Il rimorso lo rode? Soffre per se stesso o per le vite spente? 

Cosa vede in quella madre? Il destino del mondo, il dolore incommensurabile e perenne che ha provocato, oppure un ostacolo alla sua libertà personale? Lo sente il grido di quella donna umiliata dal suo avvocato difensore, che si muove nervoso sulla scena per potergli regalare la più misera condanna? 

Cosa nasconde dietro lo sguardo di ghiaccio? Indifferenza? Totale disinteresse verso i familiari della Vittima? O un’estrema difesa? Come agisce in lui la colpa? E’ assente o presente? Se è presente, non gli lacera l’anima? Se è presente, perché non la vediamo?

Se davvero è stato colto da un raptus, da una momentanea incapacità di intendere e volere, perché allora, adesso che sa, adesso che intende, adesso che il “momento” si è fissato per sempre, non sbatte la testa contro il muro o contro le sbarre della sua cella, chiedendosi: “Perché l’ho fatto? Perché? Maledizione, perché?”

Se davvero è stato colto alle spalle da un male esterno e “momentaneo” che lo ha agito, se per questo si reputa, e lo reputate“innocente”, allora dov’è la domanda straziante di Giobbe che accompagna ogni istante di questa madre? La madre dell’ucciso?

 

Civiltà non è una parola vuota. E’ costruzione perenne di una cattedrale in cui è evidente il bene come il male, il bello come il brutto, il buono come il cattivo. La colpa, quando la si sente in sé, si odora, si tocca. Se è grande ti segna per sempre.

L’assassino mentre uccide appicca il fuoco che lo marchierà e la Vittima mentre muore diventa il ferro rovente che si posa sul suo volto lasciando un segno che resta. Il cadavere sepolto nella terra fertile lega a sé il suo carnefice e lo spinge a intraprendere un viaggio orrendo verso l’abisso. Un viaggio che può cambiare direzione solo attraverso l’accettazione, oltre la legge, del peso della colpa.

Nel libro Il male assoluto Pietro Citati descrive il meccanismo dell’assunzione della colpa attraverso le gesta di Ester Prynne, la protagonista del romanzo di Hawthorne la Lettera Scarlatta, che accetta la sua condanna senza protesta, senza fare appello alla benevolenza di nessuno, nella consapevolezza che è “nel cuore profondo del peccato” l’unica salvezza.

La lettera scarlatta, segno che distingue pubblicamente il peccatore, è portata al petto da Ester come “obbligo morale” prima ancora che legale, per questo non la depone neanche quando è la comunità a chiederglielo perché, afferma:

“se fossi degna di deporlo sarebbe caduto da solo, o avrebbe assunto un significato diverso”.

Il vero pentimento è assunzione di responsabilità della colpa. E’ l’individuo che ne deve essere trasformato e il beneficio per la comunità non può che essere un riflesso di quel cambiamento. E’ questo il lavoro che devono fare gli educatori su quegli uomini che per un motivo o per l’altro hanno fatto del male ai loro simili, e nel farlo non devono temere la massima sofferenza psicologica del reo, perché è proprio nel superamento di quelle sofferenze che si trova la sola possibilità di comprendere e cambiare.

E’ così che vive Ester, “con il segno dell’infamia sul petto, contemplando la propria colpa a occhi aperti, fissando la verità del ferro incandescente che la penetra nell’animo, senza inseguire nessuna speranza di salvezza ultraterrena. Alla fine avviene il capovolgimento. Chi è stato segno di ribrezzo diventa segno di venerazione. La lettera ricamata della vergogna “brilla con il confronto di un raggio di sovrannaturale”: poiché il peccato, quando accettiamo a occhi fermi la condanna, è la sola forza che riesce a redimerci.”

Tratto da Vittime per Sempre, di Barbara Benedettelli

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