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Spencer Bud

Bud Spencer

Bud Spencer. Intervista di Barbara Benedettelli (pubblicata su Il Giornale qualche primavera fa) al “gigante” buono che ci ha lasciati il 27 giugno del 2016.

Quando ho detto a mio figlio che avrei intervistato Bud Spencer ha esclamato: «Wow, figo! Sai che parla benissimo italiano?». Ma Bud Spencer è italiano! Il suo nome è Carlo Pedersoli ed è nato a Napoli, nel quartiere Santa Lucia. 

Anche la sua filosofia di vita è napoletana. Una filosofia che in questa intervista è diventata un ritornello: «Futtetenne. Perché i problemi, quelli veri, sono pochi». Lui non è proprio un ragazzino, almeno all’anagrafe. Qualcuno «gli ha detto che è nato nel 1929», e magari si è sbagliato perché questo «gigante buono» ha energia da vendere.

A proposito di cuochi e di cibo lui dice «mangio, ergo sum» (mangio, dunque sono). Chi è per davvero lo ha scoperto quando aveva 28 anni e si è guardato allo specchio: «Mi sentivo un trittongo, che in grammatica indica tre consonanti di seguito e nella vita uno str…». Un trittongo che era un campione olimpionico ed è diventato poi un attore conosciuto in tutto il mondo grazie a un film western, Dio perdona… io no.

Carlo, perché i suoi film ancora oggi fanno grandi ascolti in Tv?
«Chi di noi non ha uno, sul lavoro o nella vita, a cui vorrebbe menare? Tutti. Io in quei film lo faccio e la gente si immedesima».

Sport, televisione, cinema, fiction, politica, ora anche un libro, «Altrimenti mi arrabbio». Dove trova la forza di fare tutto?
«Ho sempre avuto molta energia. Sono anche autore di canzoni, la versione italiana di Cleopatra cantata da Nico Fidenco è mia, ho scritto per Ornella Vanoni. Adesso scrivo per me, e me le canto. A ottobre uscirà una raccolta in cui racconto i problemi di tutti: “S’è squarciata una petroliera/ il mare è una pattumiera/ nel mare che s’inquina/ è tutta una rovina/ ma una speranza c’è, è nell’Arca di Noè”. Oppure: “Si pè impegnà o capitale/ te si messo in affari/e l’amici chiù cari t’hanno fottuto dinare/ Futtatenne!; Se ti guardi ao spiecchio e si diventato viecchio tu falle ‘nu pernacchio e rire rire rire, e Futtetenne!”».

Un atteggiamento vincente?
«Sì. E vorrei insegnare anche agli altri ad averlo. Per questo ho scritto questo libro. Le cose irrimediabili sono poche. La morte di chi ami lo è per esempio, come è accaduto a me quando è scomparso in un incidente il figlio di mia sorella».

O quello di Terence Hill (Mario Girotti). Aveva solo 17 anni. Vi frequentate ancora?
«Era a cena da me qualche sera fa. Viene a mangiare gli spaghetti, sa, la moglie lo tiene a dieta e lui da me si sfoga».

Credere è importante?
«Ho bisogno di credere perché – nonostante il mio peso – mi sento piccolo di fronte a quello che c’è intorno a me. Se non credo sono fregato. A una conferenza ho detto: “Non esiste al mondo un uomo o una donna che non ha bisogno di credere in qualche cosa”. Un ragazzo si è alzato dicendo: “Io sono ateo!”. “Bene”, gli ho risposto, “lei allora crede che Dio non esiste, quindi crede in qualche cosa”».

Qual è stata la svolta più importante nella sua vita?
«Nella vita lo stesso uomo, in fasi diverse, può essere intelligente, cretino, furbo o imbecille, finché non si guarda allo specchio e si chiede chi è. Io l’ho fatto a 28 anni perché ero un trittongo. Ho deciso di lasciare tutto quello che avevo, i Parioli, le fidanzate, gli amici, le feste, la biancheria pulita, e di andare in Amazzonia a lavorare per una società che faceva strade. Devo dire che i primi mesi piangevo spesso. Mi mancava la bella vita. Poi però nel bene e nel male ho capito chi ero e quali erano i miei valori fondamentali».

Quali?
«Uno dei più importanti è la decenza. Se hai ottant’anni e una ragazza di venti ti gira intorno e ti fa impazzire, devi guardarti allo specchio e, per decenza, chiederti il perché. Vuole incontrare qualcuno che le dia il successo? Ti prende in giro? Così eviti. Un altro valore importante è l’onestà di sapere che determinate cose non le puoi fare. Che hai dei limiti».

Insomma, non sempre amore è la parola giusta?
«Quello vero capita una volta sola, tutto il resto non c’entra. Passione, attrazione, colpo di fulmine, sono un’altra cosa. Non ti preoccupi di essere ricambiato. Quello che sai è ciò che senti tu».

A proposito di amore, sul set del film «Più forte ragazzi» si è innamorato del volo. Altri film hanno arricchito la sua vita privata in un modo o nell’altro?
«Ho imparato ad andare a cavallo e mi è anche accaduta una cosa stranissima. Se non sei capace i cavalli lo sentono e cercano di farti cadere, il mio voleva buttarmi giù perché pesavo 150 Kg. Non ci riusciva, così un giorno vedendomi arrivare si è buttato a terra lui!».
Carlo Pederzoli è uno che ha fatto alzare la bandiera italiana più volte. Un campione olimpionico. Che ricordo ha di quel periodo?
«Ho partecipato a due Olimpiadi, ero centravanti nella squadra di pallanuoto. Ne ho fatto parte per cinque anni. Abbiamo vinto a Roma e a Londra. Poi ho fatto le Olimpiadi a Helsinki nel ’52 e a Melbourne nel ’54. Quando si è alzata la bandiera ho pianto fiero di me e di questa nostra patria».

E com’è questa nostra patria?
«Una volta ho avuto modo di parlare con Strauss, il governatore della Baviera, in Germania. Mi disse: «“Se i tedeschi stessero in Italia sarebbe già fallita, ma siccome ci sono gli italiani è il miracolo”».

Lei ha detto che il rugby è uno sport capace di formare il carattere per la vita. Perché?
«È uno sport enormemente leale. Alla fine tutti si abbracciano, perché è sport. Adesso quello che vediamo è spettacolo puro. Pensi a quello che succede tutte le volte. Ci sono stati pure dei morti».

Che carattere bisogna avere per vincere nella vita o per lo meno per non farsi «bastonare»?
«Futtetenne!»

Un bel ritornello.
«Ora sto scrivendo Il gregge. E il gregge siamo noi».

È anche filosofo?
«Pensi che ho fatto tre corsi universitari e non ne ho finito uno. Chimica, giurisprudenza e sociologia. Parlo cinque lingue di cui tre le penso. Ma non sono laureato».

Futtetenne?
«Futtetenne!».

Intervista del 2010 per Il Giornale 

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