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intervista di Laura Tecce e B. Benedettelli
50 sfumature di violenza. femminicidio e maschicidio in italia

’50 Sfumature di violenza. Femminicidio e maschicidio in Italia – Intervista all’autrice

’50 Sfumature di violenza. Femminicidio e maschicidio in Italia’ – Intervista all’autrice

Sulla violenza di genere è attivo un pregiudizio che negli ultimi anni i mass media hanno amplificato, cioè che la violenza sia esercitata esclusivamente dagli uomini sulle donne e non viceversa. Esiste una sorta di tesi precostituita che di fatto ha avallato il luogo comune, spesso alimentato da dati statistici falsati e letture del fenomeno unilaterali. Ciò ha portato il tema degli episodi di violenza esercitati dalle donne sugli uomini a cadere inevitabilmente nella spirale del silenzio.

A rompere gli argini, provando a fare chiarezza sul tema, è la saggista Barbara Benedettelli che, con il suo 50 sfumature di violenza. Femminicidio e maschicidio in Italia (Cairo editore) in libreria dal 9 novembre 2017, torna su un argomento a lei caro: la violenza domestica in tutte le sue sfaccettature, restituendo dignità e diritti per le vittime, che siano di sesso maschile o femminile.

Barbara, partiamo dal termine “femminicidio”, un neologismo molto in voga negli ultimi anni e, soprattutto,   molto “notiziabile”. A differenza di “maschicidio”, che raramente sentiamo nominare.

Stiamo perdendo un po’ di vista il senso reale del termine femminicidio, il mio libro inizia con un excursus storico per capire da dove nasce, perché nasce e soprattutto coglierne il significato, sia criminologico che politico-sociale.

Ormai ogni omicidio di una donna viene catalogato come ‘femminicidio’: anche la signora anziana che viene uccisa durante una rapina da tre balordi rientra nei dati del femminicidio, con tutte le implicazioni a livello di percezione che ciò comporta.

Il rischio è che questo termine perda la sua reale connotazione, cioè quella della violenza domestica e delle dinamiche di “affetti malati” che si possono verificare all’interno di un contesto familiare. Di cui, beninteso, non sono vittime solo le donne, sono più spesso vittime le donne. Ma sono anche carnefici: quando sono le donne ad uccidere, lo fanno più spesso nell’ambito delle relazioni affettive.

Purtroppo esiste una mistificazione dei dati, a volte vengono inseriti nel computo dei cosiddetti ‘femminicidi’ anche bambine, quindi femmine, uccise dalle loro stesse madri. Un paradosso, e sicuramente controproducente ai fini di quella che dovrebbe essere la prevenzione. La propaganda mediatica che viene fatta da talune associazioni di  donne è del tutto fuorviante.

Pensiamo alla Convenzione di Istanbul [a Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, ndr] o alle legge 119 del 2013 contro la violenza di genere: sono state pubblicizzate come iniziative contro il femminicidio ma in realtà non è esattamente così, addirittura nel preambolo della Convenzione di Istanbul si afferma testualmente che anche gli uomini possono essere vittime della violenza domestica.

A proposito di associazionismo femminile, le femministe considerano il femminicidio «figlio» del sessismo e della cultura maschilista che non accetta l’emancipazione sia in ambito privato che lavorativo. Non è una spiegazione un  po’ riduttiva?

Le spiegazioni degli atti violenza sono sempre molteplici e comunque esiste una reciprocità che deve essere sempre presa in considerazione. Dati, fatti e testimonianze dimostrano che i ruoli possono essere invertiti: ci sono donne carnefici che compiono atti di violenza contro gli uomini con vessazioni sistematiche, accoltellamenti, attacchi con l’acido, mattarelli, armi da fuoco.

Nel senso comune lo fanno quasi sempre per difendersi, ma non è sempre questa la spiegazione, o perlomeno lo è in una piccola percentuale. La maggior parte ha le stesse identiche motivazioni dell’uomo e spesso, nel momento in cui è una donna ad essere violenta nella coppia e l’uomo si ribella, essendo più forte la uccide.

Esistono pochissimi centri di ascolto per gli uomini vessati o che vogliono denunciare episodi di violenza fisica e psicologica e quelli che esistono vengono osteggiati. E a chiedere che ci siano strutture di questo tipo è la stessa Convenzione di Istanbul, in cui viene spesso usata la parola ‘coniuge’, ‘partner’, non solo ‘donna’.

Come spieghi il fatto che alcuni temi di forte impatto sociale, come appunto il fatto che anche le donne possano uccidere o essere violente, siano ancora argomenti tabù o che comune vengono trattati quasi sottotraccia?

Piano piano si sta manifestando un cambiamento e una presa di coscienza; molto lentamente, ma sta avvenendo. Questo assunto per cui la donna è sempre vittima e l’uomo sempre carnefice non solo è una palese negazione della realtà, ma è uno stereotipo che va a cristallizzare proprio quello che si vorrebbe distruggere: il concetto di patriarcato.

Considerare il ‘maschio’ come un nemico a prescindere avalla proprio questa visione manichea delle donne contro gli uomini. Finché non ci sarà uno scambio proficuo di idee, di visione del mondo, una volontà di entrare nella vita dell’altro, non ci potrà essere una vera parità.

Nel mio libro lo scrivo a chiare lettere: siamo due legioni in guerra. Cominciamo a superare gli stereotipi e le idee precostituite, altrimenti questa battaglia continuerà ad alimentarsi.

copertinaNel tuo libro ti poni degli interrogativi sul fatto che la reciprocità della violenza, cioè delle femmine verso i maschi, spesso venga taciuta. Perché questo silenzio sul lato malvagio del femminile?

Indubbiamente esiste un condizionamento dell’opinione pubblica tale per cui siamo portati a considerare ‘amore’ malato e violento solo quello degli uomini nei confronti delle donne, che può sfociare, appunto, nel femminicidio.

Quando ho iniziato ad indagare il fenomeno inverso, il maschicidio, grazie ad un articolo che ho scritto per Il Giornale e poi in un pamphlet [“Il Maschicidio Silenzioso. Perché l’amore violento è reciproco e le donne non sono solo vittime”, per la Collana “Fuori dal Coro”, Il Giornale, uscito a marzo 2017, ndr] mi sono resa conto dell’altra faccia della medaglia.

E del fatto che, se le donne continuano a morire in media nello stesso numero ogni anno nonostante la grande attenzione mediatica riservata al fenomeno del femminicidio, evidentemente stiamo sbagliando qualcosa nell’approccio. Ho deciso dunque di guardare la realtà cercando di essere scevra da pregiudizi e da una visione stereotipata di un fenomeno che non può essere unilaterale.

La chiave di lettura che proponi in 50 sfumature di violenza è la considerazione che gli uomini meriterebbero in quanto vittime. Perché questo tema viene così poco affrontato ed esplorato, anche da autori uomini?

L’uomo ha più difficoltà a fare introspezione e ad esternare con le parole, quindi magari agisce d’istinto. Però attenzione, gli uomini sono figli delle donne, nella prefazione del libro la psicologa Maria Rita Parsi spiega questo meccanismo: l’uomo cresce con un modello di riferimento femminile, la mamma, la nonna, le maestre.

In un’indagine Istat del 2006 è emerso un dato molto significativo, cioè che gli uomini che sono maggiormente violenti con le compagne hanno assistito durante l’infanzia alla violenza tra i genitori nel 30% dei casi, l’hanno subita dal padre nel 34,8% e la hanno subito dalla madre nel 42,4%.

Continuando a negare la complessità e la bivalenza del fenomeno non agiamo sulla prevenzione e soprattutto sulle possibili soluzioni. Esistono centri per i “maltrattanti” uomini. Per fare in modo che essa comprendano la gravità delle loro azioni e possano ‘curarsi’, ma sarebbe auspicabile anche che venissero aperti dei centri per le “maltrattanti” donne.

Se noi non riconosciamo le sfumature, gli intrecci nella violenza, noi quella violenza non la potremmo mai sconfiggere. Oggi il vero problema nelle dinamiche di coppia e all’interno delle famiglie è l’analfabetismo emotivo, che è maschile e femminile. Il tema della violenza domestica è trasversale, meritano giustizia e tutela le donne ma anche gli uomini e i bambini.

Rashida Manjoo che all’interno dell’Onu presiede il CEDAW (Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne) ha affermato che “femmicidio e femminicidio sono crimini di Stato tollerati dalle pubbliche istituzioni”. Ma è così?

Il termine “femmicidio” è stato coniato dalla criminologa statunitense Diana Russell che gli aveva dato una connotazione criminologica, è stata poi l’antropologa messicana da Maria Marcela Lagarde a parlare di “femminicidio” e a dargli una connotazione culturale e un’ implicazione politico-sociale.

Quello che dice la Manjoo può appunto valere in Messico o in Arabia dove le donne vivono sicuramente all’interno di una situazione sociale e culturale drammatica, e soprattutto non tutelata dalla legge; ma non in Italia.

In 50 sfumature di violenza affermo che il patriarcato nel nostro Paese è ‘in coma’, ci sono ancora echi generazionali ma non si può parlare di ‘cultura del patriarcato’ perché una cultura per essere tale deve essere rinforzata e legittimata dalle leggi dello Stato e oggi nel nostro Paese non esistono più leggi che privilegiano l’uomo rispetto alla donna.

Per concludere, un tema di grande attualità. Dopo che è scoppiato il caso Weinstein, in tutto il mondo – compreso il nostro Paese – si stanno moltiplicano accuse più o meno provate, di molestie, violenze e addirittura stupri. Stiamo assistendo ad una caccia all’orco?

Assolutamente sì. Ben vengano le denunce sociali e tutto ciò che può contribuire a scardinare un sistema malato, ma non si può prescindere dal fatto che anche un maschio può essere fragile e può avere le sue debolezze; anche le donne spesso esercitano la capacità di seduzione come una forma di potere sull’uomo.

Gli stessi uomini possono sentirsi ‘oggetto’, possono sentirsi a disagio di fronte ad avances indesiderate. E’ molto radicata la convinzione che l’uomo si senta sempre lusingato dal ricevere attenzioni femminili, nel libro riporto invece molte testimonianze che provano il contrario.

Io stessa ho dovuto rimettere in discussione il mio modo di pensare agli uomini e al concetto di ‘virilità’. Dovremmo sfatare il mito secondo cui le donne siano tutte ‘puritane’ o soggetti passivi mentre gli uomini siano sempre ‘in cerca’.

Ritorniamo dunque al pregiudizio della donna sempre vittima e dell’uomo sempre carnefice: non solo non è così, ma occorre sottolineare che le donne che utilizzano il corpo e la seduzione erotica come arma per ottenere vantaggi agiscono innanzitutto a scapito delle altre donne che non vogliono cedere ai compromessi.

Se non iniziamo a denunciare anche questo risvolto della medaglia, questo sistema è destinato ad autoalimentarsi.

Tratto da Il Giornale Off

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